May 20, 2012

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La casta mediatica che indigna i francesi

Stando a quanto scrive il quotidiano Le Monde, «per i lettori, i telespettatori e gli elettori, i giornalisti sono stati uno dei più grandi motivi di indignazione durante la campagna elettorale». In effetti, anche un occhio meno abituato al sistema mediatico d’Oltralpe si sarebbe accorto di come alla vera e propria campagna elettorale, se ne sia affiancata una seconda: quella dei media. Tutti, rigorosamente all’unisono, a sostenere i due candidati più “forti”: Hollande, per la quasi totalità della stampa di sinistra (pur essendoci almeno altri tre candidati della stessa parte politica), e Sarkozy (più timidamente) per quella di centrodestra, con l’obiettivo comune e sistematico di eliminare completamente le alternative meno “titolate” (dai partiti trozkisti ai verdi). Mai come durante questa campagna elettorale si è evidenziato lo stretto legame tra giornalismo e potere in Francia, tanto che, a questo punto, viene da chiedersi a cosa serva il primo turno.

Ma andiamo con ordine. Già nel 2010, i media hanno letteralmente “imposto” ai francesi di “amare” Dominique Strauss-Kahn. Pur essendo un uomo che, a rigor di logica, con la sinistra aveva poco a che fare, l’ex leader del Fmi è stato prima puntato, poi corteggiato e pubblicizzato dai media, fino ad essere proposto come sfidante di Sarkozy alle presidenziali, un anno prima delle primarie socialiste. Canal+ gli dedica un documentario (“Un anno con DSK”) in cui in pratica lo si filma anche in bagno, i talk show televisivi lo ospitano non appena ne hanno l’occasione facendogli le fusa, e la stampa (senza distinzione di credo politico) lo sbatte quotidianamente in prima pagina. E non di certo per criticarlo. Uomo potente e marito di una delle più famose giornaliste francesi, Anne Sinclair (oggi direttore della versione francese dell’Hufftington Post), non è più un mistero che piacesse molto ai media francesi. È lo stesso Maurice Szafran, direttore di Marianne – settimanale che si pone ancora più a sinistra del Nouvel Observateur (che a sua volta corrisponde al nostro L’Espresso) – a confessarlo in un documentario belga autoprodotto sul trattamento mediatico della campagna elettorale francese: «DSK è stato un candidato della stampa: piaceva anche agli editorialisti di destra perché rappresentava una sinistra in linea con i loro interessi».

Poi lo scandalo del Sofitel ha cambiato le carte in tavola. Fatto fuori DSK, i media hanno dovuto trovarsi un nuovo “protetto”. Ed ecco che comincia la campagna elettorale per François Hollande, che «la stampa ha ritenuto da sempre molto simpatico, piuttosto colto e in generale migliore rispetto a Martine Aubry», dice Maurice Szafran. Dato per spacciato a un anno dalle primarie socialiste (con un misero 5% di preferenza nei sondaggi), l’attuale Presidente della Repubblica è stato portato in trionfo a suon di titoloni (spesso poco oggettivi) su tutti gli organi di stampa. È emblematico vedere come Nicolas Demorand, direttore di Libération (quotidiano vicino al partito socialista) attacchi in maniera virulenta il “compagno” Mélénchon, screditandolo gratuitamente durante una diretta radiofonica.

Si arriva così al primo turno delle presidenziali. Poco, quasi inesistente, lo spazio dedicato ai tanti candidati che per presentarsi hanno dovuto lavorare sodo per portare a casa le 500 firme di sindaci eletti in Francia al fine di potersi presentare alle presidenziali. I media hanno letteralmente annientato la “concorrenza”, ridicolizzandola in diretta, come se si fosse già al secondo turno. Uno dei teatri dello scandalo è stato il seguitissimo Grand Journal su Canal+, una sorta di Porta a Porta d’Oltralpe (ma più divertente). Il loro Bruno Vespa si chiama Michel Denisot (caro amico di Sarkozy). Tutti i candidati minori che si sono avvicendati sul palco – più o meno vicini alla destra che fossero – sono stati massacrati: dal poco conosciuto Jacques Cheminade, definito in diretta da Jean-Michel Apathie (uno dei giornalisti politici più seguiti in Francia) come «il prototipo del candidato inutile», all’altrettanto poco noto Nicolas Dupont-Aignan, chiamato ironicamente “gollista tascabile” o snobbato quando parlava della necessità di uscire dall’euro (soluzione cara all’80% degli operai francesi), o ancora zittito quando si è azzardato a chiedere ai grandi giornalisti seduti in studio quanto guadagnassero e a sottolineare quanto questi fossero lontani anni luce dai veri francesi, «quelli che soffrono».

E forse i veri francesi di questo se ne sono accorti. Non è un caso, infatti, che i media siano stati i grandi sconfitti del primo turno, visto che la notizia in quel caso fu la vittoria dei tanto snobbati partiti anti-sistema: quello di Le Pen e quello di Mélénchon. Quanto alla vittoria di Hollande – a mio parere il più cullato dai media tra i due finalisti, – non credo di essere il solo a sostenere che la sera del 6 maggio scorso, durante la “presa della Bastiglia”, fossero di più quelli contenti di essersi liberati Nicolas Sarkozy, che non i fan del nuovo presidente. Ma non è una novità che ai media piaccia vincere facile.

Guarda il documentario (in francese) “DSK, Hollande, etc.

di Federico Iarlori

parigi@ilfattoquotidiano.it

May 15, 2012

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il governo tecnico in Grecia

Martedì ore 14, tutti invitati tranne i nazionalisti di Alba dorata: appuntamento, col destino e con l’euro, rimandato di poche ore per la Grecia che tiene in ansia borse e mercati di tutto il mondo. Al termine del vertice durato più di settanta minuti presso il Proedrikò Megaro, convocato dal capo dello stato Papoulias per scongiurare elezioni e tentare la formazione di un governissimo, la risposta certa ancora non c’è.

Samaras (Nea Dimokratia), Venizelos (Pasok) e Kouvelis (Sinistra democratica) hanno discusso senza trovare l’accordo. Il nodo permane la partecipazione del Syriza di Tsipras che Kouvelis valuta come indispensabile. Ma di contro il giovane leader della sinistra radicale non è intenzionato a scendere a compromessi con socialisti e conservatori perché li reputa direttamente responsabili della situazione attuale, e della contrattazione al ribasso del noto piano con la troika, quindi non metterà a disposizione “la stampella” dei suoi 52 seggi, guadagnati in virtù del 16% di consensi ottenuti alle elezioni di sette giorni fa. Ancora impasse, dunque? Sì, anche se lo stesso Samaras uscendo dall’elegante palazzo presidenziale, antica residenza del Re Costantino II di Grecia, si è lasciato sfuggire che una flebile speranza potrebbe risiedere nei 33 seggi degli Indipendenti Greci guidati da Kammenos, che potrebbe decidere di dire sì alla truppa dei “professori” ellenici, chiamati al capezzale del paese e dell’eurozona.

I giochi sono tutt’altro che chiusi, dal momento che lo stesso Kouvelis ha messo in discussione le modalità con cui scegliere personalità dall’alto profilo. Il presidente della Repubblica dunque sceglie il modello italiano. E propone un esecutivo di tecnocrati in grado di affrontare il prossimo delicatissimo biennio, fino alle elezioni europee del 2014, per mettere al sicuro la permanenza del paese nell’euro e dare continuità al memorandum siglato con Bce, Ue e Fmi. Escluso dalla conversazione decisiva il leader dei nazionalisti di Chrisì Avghì, Nikolaos Mikalioliakos, protagonista in giornata di una seguitissima apparizione televisiva per un’intervista esclusiva sul canale Mega. “Il nostro obiettivo è di fare un governo di tecnocrati”, ha commentato Venizelos al termine del vertice dalla roccaforte del partito a Ippokratus. Ma il nodo è Syriza: il democratico Kouvelis, pur aprendo alla possibilità di un esecutivo di larghe intese, senza una precisa caratterizzazione politica, ma guidata da un nome alla Papademos (quindi, alla Monti) contemporaneamente vincola il suo “sì” alla presenza del Syriza. Ma il leader della Coalizione della sinistra radicale, Alexis Tsipras, ha declinato l’invito del capo dello Stato, ribadendo di non voler entrare a far parte di un governo che sposi altre misure di austerità imposte dalla troika continentale.

In caso di mancato accordo entro giovedì, giorno di insediamento del nuovo Parlamento, si andrà nuovamente alle urne. Di contro dal continente si riscontrano parole di fuoco: minacce verso Atene sono partite dal ministro delle Finanze austriaco Maria Fekter, secondo la quale “non si può uscire dall’euro, ma si può uscire dall’Unione”, dicendo addio non solo al conio unico ma anche a tutti i fondi strutturali dell’Ue. In un secondo momento, aggiunge, la Grecia potrà fare richiesta di rientrare, ma solo a seguito di un nuovo negoziato di adesione. Mentre un rapporto del Fmi sostiene che Lussemburgo e il suo sistema finanziario sono esposti a un eventuale ‘incidente politico’ nella zona euro. Sullo fondo rimane solo l’ottimismo della Casa Bianca, affidate alle parole del portavoce Jay Carney. L’Europa? “Ha compiuto passi molto importanti, ma deve compierne altri, gli europei sono in grado di gestire la crisi dell’Eurozona”. Basterà?

May 13, 2012

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I grillini e la tv

Non andate in tv se non preparati non serve e può essere controproducente.

Il sistema inteso così come dal M5S è futuro già presente. E’ la naturale EVOLUZIONE, l’automatico MIGLIORAMENTO del vecchio sistema democratico che non poteva funzionare a lungo, ne abbiamo tutti avuto prova e riprova, se gli Italiani lo vorranno lo si potrà far galleggiare ancora un pò, ma pian piano affonderà comunque. Questo lo sappiamo tutti.

EVITATE le risse con esponenti del vecchio sistema democratico, sono già superati, naturalmente lo sanno e puntano sistematicamente a screditare il cittadino m5s di turno e quindi all’apparenza del momento tutto il Movimento, è l’unico modo per mantenere l’artificio che li tiene in vita ancora acceso!

STRINGIAMO le maglie della rete con il Blog e i Social Network tra i vari consiglieri e sindaci eletti e noi cittadini, non per omologarci ma per rimanere informati e sopratutto non essere cani sciolti perche uno vale uno ,ma insieme…

I candidati ora eletti hanno bisogno delle nostre proposte e delle nostre competenze per poi portarle avanti, sono dei PORTAVOCE di noi tutti pronti a lavorare per noi, non sono politici che portano avanti progetti scelti a tavolino in aulee di palazzo al di fuori dei quali non si sa mai bene quali sono, e di chi sono gli interessi che li spingono.

May 13, 2012

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Un piano per il sud

CHE INCREDIBILI STATISTI ABBIAMO

L’europa ci “dona” due soldi, e loro che fanno?
Un piano per il sud……che geni.

Siamo arrivati al punto che pur di farci stagnare copiano le politiche degli emiri.
In arabbia, per esempio, il loro sistema sociale e di sviluppo si può riassumere così: il regno riceve un’immensità di denaro e il loro “sistema di sviluppo” prevede che il re faccia cadere a pioggia i soldi attraverso le infinite parentele tribali fino a quelle più povere, punto.
Le uniche infrastrutture riguardano l’estrazione, raffinazione e trasporto del greggio, di scuole lasciamo perdere. Se dovesse finire il petrolio, tornerebbero a pascolare cammelli in una generazione.

L’icredibile tecnocrate e il suo crow avranno studiato chissà quanto per partorire una simile genialità; il piano per il sud!!!

In pratica soldi che le forze sul territorio si spartiranno, in primis le mafie, a danno della possibilità che vengano usati per scopi virtuosi.
D’altronde se un popolo è ignorante, come tale và trattato.

Grande monti (faccia di pene molle, stasera era un po nervosetto), probabilmente il più grande statista della nostra storia, è un testa a testa con depetri.

May 13, 2012

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L’ELETTORE DEL PD

L’elettore del pd è una razza a parte
lui sà cosa votare
potrebbero mettergli una merda fumante come segretario che se lo hanno fatto ci sarà un motivo
questo segretario potrebbe anche fregarsene totalmente delle promesse fatte
potrebbe addirittura fare leggi che agevolino i suoi avversari che se lo ha fatto ci sarà un motivo
assieme ai sindacati potrebbe addirittura portare il lavoratore a guadagnare paghe da fame e perdita dei diritti che se lo hanno fatto ci sarà il motivo
il suo partito potrebbe addirittura spartirsi una caterva di milioni tolti ai lavoratori che se lo hanno fatto ci sarà il motivo
potrebbero addirittura lasciare che un garzone delle banche vada a governare il loro paese massacrandoli in tutti campi che lo hanno fatto per senso di responsabilità…….
non potrebbero, sono felici perchè hanno vinto, per abbandono degli altri, qualche comune quà e là in un paese allo sfascio.

Ma come si fà…. almeno a destra se gli togli i guadagni o la sicurezza gli girano le palle e cambiano,
quelli no….potrebbe succedere che ci troviamo quasi tutti nella merda più totale, che loro sarebbero contenti se avessero tre voti più del nulla

MA COME SI FA’ A CAMBIARE STO PAESE CON DELLE SIMILI TESTE DI …..

May 13, 2012

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assalto a equitalia

UN grandissimo applauso a 4 mani a tutti
quei napoletani che hanno assaltato Equitalia.

E l’ora di farla finita di sgozzare le persone.
Questi pezzi di merda ti mandano cartelle di presunti crediti con riferimento a decenni passati con l’aggiunta del 100% di sanzioni e interessi da usura.Così te, povero coglione indifeso e trombato,sei costretto ad andare a ricercare documenti dell’altro millennio per difenderti da cose che loro avrebbero dovuto notificarti in tempo utile,massimo 2 anni.Anche e soprattutto per errori di commercialisti incapaci o diatribe ancora in atto,decine di migliaia di contribuenti onesti si trovano perseguiti a vita.Lo stato,le leggi e i signori di Equitalia devono avere più rispetto dei cittadini italiani e non trattarli come spazzatura.Le notifiche devono arrivare in tempo utile,max. 2 anni,e le riscossioni non devono raddoppiare o triplicare.Inoltre è il caso anche di aprire anche uno sportello per gli esseri umani che sono in difficoltà e trovare una soluzione prima che si suicidano.Personalmente approvo di più l’offesa anche violenta che l’autolesionismo.Se deve morire Sansone,meglio con tutti i filistei,anzi loro per primi!

May 13, 2012

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santuario indio del Perù

Nel nome del padre, del figlio e dell’autostrada: quella che sta per tagliare in due l’ultimo santuario indio del Perù, dove vivono ancora due tribù mai contattate dall’uomo bianco. L’arteria servirebbe a rompere l’isolamento di Puerto Esperanza, mille anime collegate col resto del mondo solo per via aerea; secondo Survival, il movimento per i popoli indigeni, finirebbe solo per favorire il commercio illegale di legname e il traffico di droga. Non la pensa così padre Miguel, che di cognome fa Piovesan. Un prete italiano, che predica direttamente dall’altare il verbo della maxi-opera, in cui vede l’unica possibilità di sviluppo per la selvaggia regione di Purus, ancora incontaminata. E gli abitanti? Sono divisi: i 200 chilometri di asfalto connetterebbero il villaggio con la Carretera Interoceànica, la dorsale che collega il Perù al Brasile, ma la superstrada taglierebbe ben due riserve naturali e un parco nazionale.

Proprio per questo la grande infrastruttura potrebbe compromettere la vita di intere tribù, che non solo vivono da sempre in quelle foreste, ma rappresentano anche l’80% della popolazione locale. Se da una parte c’è chi lotta per i diritti di migliaia di persone che, vivendo nella foresta, non possono nemmeno essere interpellate, dall’altra c’è però chi lamenta condizioni di vita estremamente precarie: dal villaggio i giovani se ne vanno, il lavoro manca, i generi di prima necessità sono rari e costano fino a 5 volte più che nel resto del Perù.

I contrasti negli anni si sono così fatti aspri, per motivi di carattere politico, economico, ecologico e ideologico. Una questione complessa e delicata, che non sembra trovare una soluzione anche per la scarsa presenza dello Stato in quelle remote zone dell’Amazzonia peruviana. Su fronti opposti, dunque, la parrocchia di Puerto Esperanza e la sede londinese di Survival International.

Secondo Josè, un portavoce di Miguel Piovesan, a differenza degli ambientalisti stranieri, il parroco è “credibile”, perché risiede nella zona da molto tempo, anche se è nato in Veneto. Interpellato da ilfattoquotidiano.it, Josè non ha dubbi: padre Miguel “si identifica con le sofferenze e le angustie della gente della foresta”, mentre associazioni come Survival hanno solo “la lingua biforcuta”. Per il collaboratore di Piovesan, la nuova strada è voluta da tutti, inclusi il vescovo e il sindaco, ed è “necessaria per uscire da un isolamento che fa vivere come in una prigione” con il “falso pretesto di un’ecologia disumana”.

Per i supporter del progetto infrastrutturale, dunque, quello di Survival e dei “suoi alleati” (come il Wwf o associazioni locali come Aidesep) è uno “pseudo-ecologismo”, un “radicalismo ambientale senza scrupoli” che relega i purusinos a vivere in una gabbia. Non solo: per Josè, “varie Ong utilizzano le tribù incontattate solamente per i propri affari”.

Rebecca Spooner, ricercatrice di Survival per l’area peruviana, replica invece che la strada mette “a rischio le vite delle tribù incontattate che vivono nell’area”, anche perché “porterà inevitabilmente una massa di taglialegna illegali e di coloni nella regione, esattamente come è già accaduto per tutte le strade costruite in Perù e in ogni altro territorio indigeno del mondo”. Il Perù, ci spiega la Spooner, è “notoriamente incapace di controllare la deforestazione illegale, e non ci sono motivi per credere che in questo caso agirà diversamente”. Del resto, il prete italiano vive a Puerto Maldonado, aggiunge l’attivista, ma “la ragione per cui sta promuovendo il progetto con tanto vigore non è chiara”.

I collegamenti aerei da e per Puerto Esperanza sono indubbiamente radi e talvolta vengono sospesi completamente, ammette Spooner, e i residenti hanno certamente bisogno di mezzi di trasporto migliori, “ma se la strada potrebbe soddisfare le necessità di alcuni (soprattutto dei coloni che si sono insediati nella regione e che stanno acquistando quelle terre), dall’altra porterebbe alla maggioranza della popolazione problemi devastanti”. Come del resto si è già visto in passato. Stephen Corry, direttore generale di Survival International, ricorda infatti che “l’atteggiamento del ‘noi sappiamo cosa è meglio per voi’ è non solo paternalistico, ma anche letale, come hanno purtroppo ben dimostrato gli ultimi 500 anni di colonialismo e ‘sviluppo’ delle terre indigene”.

May 11, 2012

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Obama e i diritti gay

Il sì di Barack Obama ai matrimoni gay verrà probabilmente ricordato come l’evento più importante delle presidenziali 2012. Forse non quello decisivo (l’economia resta il tema di queste elezioni), ma sicuramente quello più carico emotivamente, più capace di far sentire come il tempo sia passato e come anche l’ultimo dei grandi movimenti per i diritti civili USA stia arrivando alla fine del suo percorso. I pioneri della militanza gay, nel 1969, consideravano audace pensare a una legge antidiscriminazione. Ancora 16 anni fa un presidente democratico, Bill Clinton, poteva appoggiare un atto discriminatorio come il “Defense of Marriage Act”, la norma che definisce il matrimonio come unione esclusiva tra un uomo e una donna. Oggi un altro presidente democratico va in televisione e dice, semplicemente, che i gay e le lesbiche “dovrebbero potersi sposare”.

L’America si è svegliata il giorno dopo l’annuncio di Obama sapendo che qualcosa di storico è successo. Non c’è stato talk show del mattino, non c’è stata casa, scuola, luogo di lavoro, non c’è stata strada del Paese (persino la grande televisione di Times Square, a New York, continua a rimandare l’immagine dell’intervista al presidente), in cui non si sia parlato di matrimoni omosessuali. Molti fanno il confronto storico con l’appoggio dato da Lyndon Johnson nel 1964 al movimento dei diritti civili. Altri ricordano come il tema dei matrimoni gay – l’opposizione ai matrimoni gay – fu strumentale alla rielezione di George W. Bush nel 2004. Il senso di quanto successo l’ha però riassunto un attivista gay, Chad Griffin della Human Rights Campaign, che ha detto: “Non importa come la pensi. Ogni americano ricorderà per sempre dove si trovava quando ha visto il presidente degli Stati Uniti dire che una persona omosessuale deve essere trattata come tutti gli altri esseri umani”.

Oltre le espressioni emotive del momento, oltre i richiami al passato, quello che si cerca di capire ora è quanto la dichiarazione di Obama conterà nelle elezioni di novembre. E’ chiaro che il presidente non aveva molte vie d’uscita. Dopo l’appoggio caloroso e senza ambiguità dato ai matrimoni gay dal vicepresidente Joe Biden (cui hanno fatto eco altri membri dell’amministrazione: il segretario alla casa Shaun Donovan e quello all’educazione, Arne Duncan), Obama non poteva più tacere. Una sua presa di posizione, pro o contro, veniva chiesta da più parti, dai rivali politici ma soprattutto dagli amici, preoccupati che il suo silenzio potesse essere interpretato come una forma di attendismo machiavellico. La presa di posizione alla fine è venuta, e non poteva che essere positiva. Il primo presidente afro-americano ha per forza di cose preso le parti dell’ultimo movimento per i diritti civili, che pare del resto godere ormai dell’appoggio della maggioranza degli americani (un sondaggio Washington Post/ABC News dello scorso marzo rileva che il 52% degli americani è favorevole ai matrimoni gay; il 43% si dice contrario).

Ciò non toglie che, sebbene Obama abbia cercato di dipingere la scelta come “un atto personale, che mi è stato chiesto anche da mia moglie e dalle mie figlie”, la dichiarazione di ieri sia stata ponderata e soppesata da tutto il team che segue il presidente. Da un punto di vista politico, appoggiando i matrimoni gay, Obama spera di consolidare, motivare, dare una ragione di entusiasmo alla sua base elettorale. Non si tratta ovviamente soltanto della comunità omosessuale, già da tempo allineata e che con ogni probabilità non avrebbe fatto mancare il suo voto a novembre. Si tratta, soprattutto, degli studenti di college, dei giovani, della fascia di età 18-29 del cui appoggio Obama ha disperatamente bisogno se vuole essere rieletto. Questo segmento elettorale è in larghissima parte a favore dei matrimoni gay (il 65% dei giovani americani li approva). Dichiarando il suo appoggio, Obama spera di conquistare definitivamente questo voto, e di dare ai più giovani tra i suoi elettori la spinta propulsiva, l’entusiasmo, il senso di una scelta morale che quest’anno sembrano ancora mancare.

C’è poi l’aspetto economico. Come ha mostrato la rivista Advocate, un grande finanziatore di Obama su sei è omosessuale (in gergo politico si chiamano “bundlers”, sono coloro che mettono assieme più di mezzo milione di dollari, raccolti da vari donatori e fonti). Sono gay “bundlers” come Dana Perlman, avvocato di Los Angeles, l’interior designer Michael S. Smith, il dirigente di HBO James Costos. Sono gay o lesbiche finanziatori importanti come Sally Susman, executive di Pfizer, o il filantropo texano Eugene Sepulveda (entrambi donano 500 mila dollari). Sono gay, infine, il direttore finanziario della campagna per la rielezione di Obama, Rufus Gifford, e il tesoriere del partito democratico, Andrei Tobias. Nelle ultime settimane finanziatori e “bundlers” gay diventati sempre più insofferenti, di fronte ai silenzi e alle timidezze di Obama. La dichiarazione di ieri, quindi, riporta il sereno e, con ogni probabilità, porterà un afflusso ancora più consistente di dollari nelle casse del presidente.

Ci sono ovviamente anche i rischi che una dichiarazione come quella di ieri può comportare. Proprio il giorno prima del sì di Obama, gli elettori del North Carolina sono andati alle urne e hanno votato, a grande maggioranza, un emendamento alla Costituzione dello Stato che esclude ogni possibilità di unione omosessuale. Il North Carolina è uno degli Stati che Obama ha conquistato nel 2008 e che deve assolutamente riconquistare nel 2012 se vuole tornare alla Casa Bianca. Lo zoccolo duro moderato e conservatore di queste zone (come pure di altri Stati in bilico che i democratici devono assolutamente aggiudicarsi: Virginia, Ohio, Pennsylvania) potrebbe non accogliere con favore la scelta di Obama, e ritirargli il suo appoggio. C’è poi il problema degli afro-americani. Il 97% degli elettori neri americani sceglie Baraci Obama. Si tratta però di un segmento di voto piuttosto conservatore sui “social issues”, sulle questioni morali, che potrebbe non accogliere con favore le aperture ai matrimoni omosessuali.

Ecco dunque che la scelta di Obama, per quanto dovuta, in qualche modo necessaria, è anche una scommessa politica. Il presidente l’ha fatta sperando che i vantaggi superino gli svantaggi, e che da qui a novembre la questione si sgonfi e l’America torni a parlare di altre cose (in primo luogo lavoro ed economia). Nelle speranze sue, e di chi l’ha aiutato a prendere questa decisione, dovrebbe restare tra cinque mesi soprattutto una cosa. E cioè l’immagine del primo presidente degli Stati Uniti che mette da parte titubanze, pregiudizi, timidezze, e si mette dalla parte della Storia.

May 10, 2012

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Barack Obama e matrimoni gay

Anche Barack Obama sostiene la legalizzazione dei matrimoni tra partner dello stesso sesso. Lo ha dichiarato il presidente americano in un’intervista alla Abc, dopo che alcuni giorni fa il vicepresidente Joe Biden, scatenando furibonde polemiche anche tra i democratici, si era espresso per primo a favore delle nozze gay.

“In passato avevo esitato sulle nozze gay perché pensavo che le unioni civili fossero sufficienti”, ha detto il presidente americano. Ora, però, ha aggiunto “penso che le coppie dello stesso sesso dovrebbero potersi sposare”.

Obama ha ricordato di essere sempre stato chiarissimo sul fatto che “i gay e le lesbiche americani dovrebbero essere trattati correttamente ed equamente”, ha detto il presidente ricordando come negli anni abbia sempre difeso e portato avanti i diritti degli omosessuali. Per esempio abolendo il cosiddetto ‘Dont ask, don’t tell’ che impediva ai militari gay di fare outing.

Obama, forse accortosi di essersi spinto oltre su un tema delicato in piena campagna elettorale, ha poi chiarito che questo sulle nozze gay è, “il mio punto di vista personale” e comunque “la materia è di competenza dei singoli Stati”. Finora sono 6 (altri sette riconoscono le unioni civili) su 50 gli Stati dell’Unione dove le nozze tra persone dello stesso sesso sono legali mentre 28 le hanno esplicitamente messe al bando.

May 3, 2012

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i NOTAV

Perchè i NOTAV , protestano?! Forse perchè non vogliono morire con i loro figli respirando le polveri di amianto e uranio, che sarebbero sparse per chilometri a seguito degli scavi , e protestano perchè l’Europa non ci ha chiesto di superare i 250 km orari e per quello basterebbe ammodernare le linee esistenti ora utilizzate soltanto per un terzo della loro capacità , protestano perchè la valle verrebbe distrutta in modo irreparabile per un cantiere almeno ventennale che foraggerebbe le mafie con un dilatamento del debito pubblico ( si stima un costo di circa una ventina di miliardi di euro) .. leggere il libro di Ferdinando Imposimato “corruzione ad alta velocità” sul TAV dove è evidenziato come fin dal 1993 -94 i veri interessi sono le tangenti , gli affari , gli interessi della mafia e della camorra . Oltretutto considero il fatto , non indifferente che la decisione di andare avanti a oltranza senza nessun tipo di ascolto della popolazione ma usando lacrimogeni sulla popolazione , molto tossici e non legali , manganelli e quant’altro , possiamo definire questi metodi democratici ? Devono morire per il “progresso” ?! Ecco perchè i NO TAV preferiscono rischiare di morire per impedire tutto questo .

May 3, 2012

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La TAV

La Torino-Lione adesso (ADESSO) trasporta poche persone perche’ ci vuole un casino di tempo (l’avete mai presa? provate…). Io sono andata un sacco di volte da Pavia a Grenoble a raccogliere dati: e ci si va in auto o in aereo. Anche fra Londra e Parigi il treno lo prendevano solo gli studenti con pochi soldi PRIMA dell’alta velocita’. Adesso lo prendono TUTTI ed e’ sempre pieno. La TAV non sostituira’ i treni – si propone di sostituire auto e aerei, proprio diventando competitiva in termini di tempi. Per cui chi la usa adesso non e’ la questione – la questione e’ chi adesso va dall’Italia alla Francia (e alla Spagna) in aereo. Si tratta quindi di instaurare un nuovo paradigma, per cui all’interno dell’Europa i trasporti avvengono in treno e non in aereo. E quindi gli 8 voli Trieste-Roma si riducano a due (cosi’ come i 20 voli Londra-Parigi si sono ridotti a 2). E questo succede (a livello globale, intendo) solo se il treno diventa veramente competitivo con auto e aerei. Io abito a Trieste e vado regolarmente dai miei in provincia di Milano. Con i trasporti pubblici ora ci metto 7 ore, in auto 4. Io odio guidare, ma sinceramente, se voglio andare per un w/e non ho scelta. Il mio compagno vive a Trieste e va a Napoli settimanalmente per lavoro: in treno ci vogliono 10 ore. Prende l’aereo. L’alta velocita’ significa abbattere seriamente le amissioni di Co2 di auto e aerei. Certo che il contadino della val di Susa non e’ contento – pero’ io i sindaci della Valle non li ho mai visti protestare quando costruivano alberghi o piste da sci dietro casa… o mi sbaglio? forse hanno visto la madonna e sono diventati tutti ecologisti solo ora? o forse badano solo al proprio interesse? che lo facciano, ha anche il suo senso. Ma che tutta la sinistra e tutti i vedi in Italia li sostengano, senza nessuna visione o prospettiva del futuro dei trasporti in Europa, mi sembra demenziale…

April 30, 2012

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Africa: violenze contro i cristiani.

Sono almeno 20 i morti in seguito a un’esplosione nella zona universitaria di Kano, nel nord della Nigeria, avvenuta mentre si celebrava una messa di rito cristiano all’interno di un teatro. Prima è stata udita una forte esplosione davanti all’ingresso del teatro, poi testimoni hanno raccontato di aver udito colpi d’arma da fuoco, il che lascia pensare che dopo l’esplosione sia intervenuto un commando armato. Kano è stata teatro negli ultimi mesi di sanguinosi attentati targati Boko Haram, gruppo fondamentalista islamico che punta a imporre la Sharia nel paese e i gruppi cristiani presenti sono spesso bersaglio delle milizie fondamentaliste. 

Episodio simile in Kenya. Una granata lanciata appena prima della celebrazione di una messa a Nairobi ha ucciso il sacerdote e ha ferito 10 fedeli. Il primo bilancio è stato diffuso dalla polizia locale. Si tratta della chiesa internazionali dei Miracoli situata nel distretto di Ngara. I feriti meno gravi, sei persone, sono stati trasportati  nell’ospedale Guru Nanak mentre gli altri nell’ospedale Nazionale Kenyatta. Secondo alcuni testimoni la bomba potrebbe essere stata sistemata sotto un altare da uno degli assistenti alla funzione religiosa, probabilmente quindi un complice degli attentatori. L’attacco non e’ stato rivendicato.

A marzo una persona rimase uccisa in un simile attacco a Mombasa e successivamente nove persone sono morte in un attacco alla stazione degli autobus di Nairobi. La settimana scorsa l’ambasciata americana aveva avvertito i propri concittadini in Kenya del pericolo attentati. E’ quindi l’ultimo di una lunga serie di piccolo attacchi registrati nel paese africano da quando Nairobi ha inviato le sue truppe nella confinante Somalia lo scorso ottobre, in reazione ad incursioni da parte di militanti somali in territorio keniota. Il timore dell’intelligence Usa è che ci si trovi nella fase finale di preparazione un attacco in grande stile, tipo quelli controle ambasciate Usa in Kenya e Tanzania nel 1998.

April 29, 2012

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le mani libere di Goldman Sachs

Mi sono occupato diverse volte della banca d’affari Goldman Sachs, qui ed anche qui, poiché è considerata tra i principali responsabili del crac finanziario americano nel 2008. Nell’ultima puntata di Servizio Pubblico intitolata “fuori dall’euro?” il giornalista Federico Rampini, che vive negli Stati Uniti, ha ricordato che il Congresso americano ha messo sotto torchio i principali banchieri e li ha esposti alla gogna televisiva. Tra questi vi era anche il Ceo di Goldman Sachs, Lloyd Blankfein, e i suoi collaboratori. Il senatore Carl Levin ha chiesto chiarimenti in merito ad alcune email in cui i clienti venivano definiti “pupazzi” a cui vendere “affari di merda”. Di recente Greg Smith, ex dirigente di Goldman Sachs e capo dell’equity derivatives business, ha denunciato un ambiente tossico e distruttivo nella banca d’affari americana, confermando che i clienti sono trattati come “pupazzi”.

In seguito ai miei post sul Fatto Quotidiano – relativi all’attività di questa banca d’affari – mi ha scritto l’economista Mariarita Iannone, esperta di investment banking che conosce bene il mondo della City finanziaria di Londra. Ha lavorato per banche d’affari come Merrill Lynch, Lehman Brothers (fallita nel 2008), Abn Amro, Citibank. Ha vissuto, però, un’esperienza sconvolgente presso la sede londinese di Goldman Sachs International, in Fleet Street, dove è stata assistente alla compravendita di azionariato europeo sul trading floor. Appena assunta ha affrontato turni di lavoro massacranti e una pessima organizzazione interna delle risorse umane, che le impediva di seguire i clienti con la dovuta attenzione. Lo spiegò ai suoi capi. Ma per risposta ricevette una lettera di licenziamento, firmata dal direttore del personale Catherine Harrison.

Il fatto risale a settembre del 2000, cioè il periodo in cui le banche d’affari costruivano in America il castello di sabbia dei titoli tossici che avrebbe poi avvelenato il mondo dopo il crac finanziario del 2008. La ex “Goldman girl” si è poi rivolta a numerosi studi legali inglesi, ma si è sentita dire che  non potevano mettersi contro Goldman Sachs. Poi finalmente l’avvocato David Michell, con studio a Newbury Street, ha accettato di occuparsi della vicenda e ha accusato la banca d’affari di “licenziamento illegittimo”, “gravi violazioni statutarie e contrattuali”, “discriminazione”.  

Successivamente la questione è approdata nei tribunali inglesi, ma non è stata ancora emessa una sentenza. Una vera anomalia per l’efficienza della giustizia anglosassone. Così il 27 luglio 2010 è stata presentata una denuncia alla Commisisone europea (prot. n. CHAP20102528), per “inadempienza giudiziaria di Stato membro, nei confronti del Regno Unito”. In questi giorni la vicenda di Mariarita è stata oggetto di due interrogazioni parlamentari, a firma di Elio Lannutti (Idv) e Franco Narducci (Pd), indirizzate al Ministero degli Esteri e una terza interrogazione è stata presentata a Bruxelles dall’europarlamentare Niccolò Rinaldi (Idv).

Ho incontrato Mariarita nella sua casa romana. Il suo racconto è davvero interessante: «In questa banca d’affari ho riscontrato una tale esaltazione che ti induce a crederti un dio in terra solo perché lavori in Goldman Sachs. Inoltre mi ha colpito la mancanza di considerazione verso la clientela. Nel mio caso, fin dall’inizio, fui sottoposta a orari di lavoro massacranti, anche dodici ore al giorno ed oltre, spesso senza pausa pranzo ne’ remunerazione per gli straordinari. Seguivo anche svariati progetti contemporaneamente. Le risorse umane e tecniche a disposizione erano insuffienti e, sebbene avessi ricevuto lodi per il mio impegno, non risultava possibile seguire i clienti in maniera efficace. Così sottoposi la questione ai miei superiori auspicando una soluzione.»

Mariarita fu convocata nell’ufficio del direttore del personale e le fu consegnata una lettera di licenziamento. Il motivo? «Non fu specificato – spiega – e inoltre mi chiesero di firmare un documento in cui mi impegnavo a non denunciare Goldman Sachs, offrendomi dei soldi in cambio del silenzio. Non firmai, poiché pretendevo una spiegazione per quel comportamento assurdo, che violava tra l’altro lo Statuto dei lavoratori, vari punti della normativa britannica, ma anche il mio stesso contratto. Nei giorni seguenti, però, gli agenti della sorveglianza mi impedirono di entrare in ufficio.» Come si spiega l’anomalia della mancata decisione giudiziaria nel suo caso? «Sinceramente? Perché si tratta di Goldman Sachs…», sostiene Mariarita.

La vicenda investe in pieno la questione dei diritti dei lavoratori durante la grave crisi economica che stiamo vivendo, scatenata proprio dalle banche d’affari a livello globale. Mario Monti – consulente di Goldman Sachs – ha tentato in tutti i modi si smantellare in Italia l’articolo 18, ultimo baluardo contro le prevaricazioni di quei datori di lavoro che abusano del loro potere, importando il “modello britannico” del dopo Margaret Thatcher. Su questo argomento Mariarita ha le idee chiare: «Ritengo che Goldman Sachs abbia interesse che in Italia sia indebolito l’articolo 18 e ridotti i diritti dei lavoratori, poiché è più facile mettere in atto licenziamenti illegittimi piuttosto che costruire un percorso di vera produttivita’ e di concorrenza leale a beneficio soprattutto della clientela nonché rispettando il mercato. La sua sete di potere è  sconfinata e vuole avere le mani libere. Ovunque e a ogni livello.»

 

April 27, 2012

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asse Merkel-Monti

La crescita ritorna il leitmotiv della politica europea. E’ diventato l’obiettivo prioritario per l’ortodosso Mario Draghi, come ha ricordato ieri il presidente della Bce, dinanzi all’Europarlamento. E a lui si è subito accodata perfino la rigorista Angela Merkel, che ormai sta elaborando anche qualche proposta concreta al riguardo, assieme a Mario Monti. Sembra che la cancelliera si stia preparando alla probabile vittoria a Parigi di François Hollande, che della rinegoziazione del fiscal compact, il severo patto sul pareggio di bilancio, e proprio del rilancio dell’economia sta facendo i suoi cavalli di battaglia.

Ebbene, tutti d’accordo, finalmente? Non esageriamo. Al di là delle apparenze (e della stessa parola, “crescita”), si nascondono ancora grosse differenze. Una cosa è certa, si sta creando un asse Roma-Berlino in proposito. I collaboratori del premier italiano e di Frau Merkel sarebbero al lavoro per produrre politiche precise che arrivino a stimolare la crescita. Potrebbero arrivare sul tavolo del Consiglio europeo di giugno. Con un’Olanda che ormai cadrà presto nella recessione e in piena crisi politica (possibile un ritorno dei laburisti al potere) e con una Francia data ormai per “spacciata” agli occhi della conservatrice Merkel, alla signora non resta che assicurarsi l’unica sponda possibile per mantenere nelle proprie mani l’iniziativa della politica europea, quella italiana.

Ieri il primo a intervenire sulla crescita, quale nuova priorità, è stato Mario Draghi: ma come centrare l’obiettivo? Per il presidente della Banca centrale europea “bisogna pensare a riforme strutturali. Un consolidamento dei conti attuato solo attraverso l’aumento delle tasse è sicuramente recessivo”. Ha applaudito la Merkel, che ha parlato di “crescita sostenibile”, che “passa attraverso le riforme”. “Quella invocata da Draghi e da Giorgio Napolitano, nel suo discorso – ha precisato stamani Steffen Seibert, il portavoce della cancelliera – non è la crescita che si ottiene con programmi che aumentino il nostro debito. E che non ci possiamo permettere”.

Ieri anche Hollande ha detto la sua, compiacendosi con l’intervento di Draghi e i commenti della Merkel. “In ogni caso, senza la crescita l’Unione europea non potrà uscire dalla crisi”, ha sottolineato. Ha precisato che, se verrà eletto, non vuole necessariamente scontri con la cancelliera “anche se non voglio neppure negare le differenze che ci dividono su certe posizioni”. Lui comunque, di riforme strutturali non ha parlato. Come, ormai, non parla più (a differenza dell’inizio della campagna), di passi importanti (e necessari) per la Francia, vedi mettere mano alle regole che dominano un arcirigido mercato del lavoro. L’approccio di Hollande resta molto francese. E’ keynesiano, come lo è stato perfino quello di Sarkozy, che, con la crisi del 2008, mise subito il piede sull’acceleratore della spesa pubblica. Non sembra che Hollande e la Merkel parlino la stessa lingua sulla crescita. Monti potrebbe svolgere il ruolo del mediatore.

Breivik lupo solitario

April 18, 2012

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Breivik lupo solitario

Un saluto completamente inventato, ingredienti culturali molto diversi tra loro, ma un insieme di elementi che non si può archiviare con il semplice sospetto che il problema sia solo nella sua testa. E’ in sintesi l’analisi di Saverio Ferrariresponsabile dell’Osservatorio democratico sulle nuove destre e uno dei maggiori esperti italiani di organizzazioni neofasciste e neonaziste, su Anders Breivik, il mostro di Oslo, responsabile della morte di 77 persone, tra cui molti giovani di un campeggio del partito socialdemocratico sull’isola di Utoya. Il processo a Breivik è iniziato ieri e nella seconda udienza di oggi il terrorista non ha rinnegato niente di ciò che ha fatto, definendo anzi il suo attacco “spettacolare” tanto che lui metterebbe di nuovo in pratica perché, ha sostenuto, ha agito “per il bene e non per il male”.

La simbologia, innanzitutto. Breivik nell’aula di tribunale ha ostentato un saluto anomalo per un presunto neonazista: un pugno chiuso sollevato in avanti, quasi la simulazione di una spada sguainata. “Un saluto mai visto, che non c’entra nulla con le destre e che probabilmente si è inventato lui. Non dice niente neanche a chi si occupa di templari o cose analoghe”.

Tuttavia sarebbe riduttivo limitare Breivik, assassino di 77 persone, a una persona con problemi psichici (e il processo si giocherà in larga parte sulla perizia). “Il retroterra non è neutro – spiega Ferrari – Breivik è uno di quelli che io chiamo “lupo solitario”, che a un certo punto decide di colpire ed agire. Il retroterra culturale è costituito da molti riferimenti diversi tra loro che, in questo caso, hanno in comune la difesa dei valori occidentali e contro il multiculturalismo”. Tanto è vero, sottolinea Ferrari, che tra l’altro Breivik difende Israele e attacca l’Islam, si definisce difensore della Norvegia e dell’Europa. Nel suo “documento programmatico” i riferimenti erano molteplici e di varie estrazioni: oltre 1500 pagine, a sottolineare la complessità del caso.

Inoltre la “Norvegia è stata occupata dai nazisti per 5 anni e quindi nel Paese si sono formati anticorpi fortissimi – spiega Ferrari – Ma si sviluppano esperienze di gruppi giovanili legate soprattutto al mondo musicale dell’heavy metal, che si riferiscono al razzismo e al neopaganesimo”.

Ma secondo Ferrari Breivik “ha un’ascendenza diversa, tanto che lui stesso dice di rifarsi al cristianesimo e alla difesa dell’Occidente, ma a questi lega riferimenti del passato. Sono insomma caselle molto diverse tra loro, che non c’entrano niente l’una con l’altra, ma che lui ha messo insieme”.

Niños robados

April 14, 2012

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Niños robados

Suor Maria Gomez Valbuena (foto Rai)

Le vicende riguardanti i “niños robados” in Spagna non sono una novità. Di casi di bambini sottratti alle madri naturali e poi “venduti” a famiglie adottive se ne contano molti, soprattutto tra il 1963 e il 1970, in pieno franchismo. In principio si trattava di rapimenti ideologici: via i figli a coppie repubblicane o di sinistra per affidarli a famiglie “conservatrici”. Poi, anno dopo anno, il fenomeno si è alimentato per qualcosa di molto più materiale: il denaro.

Una storia già nota nel paese iberico, dunque, anche se nelle ultime settimane un nuovo caso sta facendo discutere l’opinione pubblica spagnola. Forse perché nella vicenda di Pilar Alcalde, sottratta alla madre Marisa Torres nel 1982, l’imputata principale si chiama suor Maria Gomez Valbuena ha ottantasette anni.

Il padre adottivo della ragazza, Alejandro Alcalde, due anni fa aveva pubblicamente chiesto aiuto per rintracciare la vera madre di Pilar, innescando così un caso nazionale che continua a far discutere. Alcalde sostiene di non aver pagato la religiosa e che Suor Maria aveva semplicemente detto che si trattava di una madre senza mezzi economici per mantenere la figlia. La ricostruzione dei giudici è molto diversa: dietro il reato della suora, ci sarebbe un compenso pagato.

La storia di Pilar e della madre Maria Luisa Torres ha dell’incredibile. La donna, cameriera indigente, era sposata e aveva già una bambina. Nel 1981 aveva conosciuto un altro uomo ed era rimasta incinta. Preoccupata che la cosa facesse mandare a monte il matrimonio, Maria Luisa si era rivolta a suor Maria, la quale aveva garantito un posto in una struttura specializzata per la futura bambina, dove la madre avrebbe potuto farle visita a suo piacimento. Al momento del parto, però, le intenzioni della religiosa si erano dimostrato diverse. Prima aveva mentito dicendo che Pilar era nata morta e poi, dopo le proteste della donna, aveva minacciato di denunciarla per adulterio (con la conseguenza perdita anche della figlia nata in precedenza). È così che Maria Luisa Torres ha perso le tracce della figlia, nel frattempo data in adozione alla famiglia Alcalde. Ventinove anni dopo, il colpo di scena, il ricongiungimento e la causa intentata da madre e figlia contro l’ormai anziana suora spagnola.

E lei, un tempo religiosa “dalla terribile freddezza” (così la descrive chi la conosceva), ora decide di non rispondere ai giudici e di mostrarsi fragile, spaesata e ovviamente offesa dalle accuse gravissime. Si è rivolta, però, all’opinione pubblica inferocita attraverso una lettera aperta sdegnata e ferma: “Mi ripugna nel profondo del mio essere, considero inammissibile e ingiustificabile in qualsiasi circostanza e mai ho saputo di separazione di neonati dalla madre biologica attraverso coercizione o minacce. Ho dedicato tutta la mia lunga vita ad aiutare i più bisognosi in maniera disinteressata”. La matassa è intricata e saranno i giudici a doverla sbrogliare. Ma nella vicenda di Pilar Alcalde i fatti sembrano abbastanza chiari, nonostante le smentite di una donna che sta diventando un modello negativo in un’opinione pubblica spagnola inorridita da quanto emerso.

L’Iran e Internet

April 12, 2012

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L’Iran e Internet

“Non taglieremo l’accesso a internet”. Il governo iraniano si affida a un comunicato per negare la notizia di un imminente intervento contro la Rete libera. Teheran afferma però che sta sviluppando un suo “information network nazionale” chiuso, che funzionerebbe solo per la Repubblica islamica dell’Iran. Questo network opererebbe come l’Intranet di una grande azienda, sarebbe quindi molto facile da controllare e monitorare, anche se le autorità del paese non hanno specificato se questo nuovo sistema sarà accessibile insieme a Internet o se lo rimpiazzerà totalmente.

Tutto è iniziato lunedì con la notizia dell’agenzia di stampa Agence France Presse, pubblicata subito dall’International Business Times, che il giovedì precedente Reza Taghipour, il ministro iraniano per l’Information Technology e la Comunicazione, avrebbe annunciato l’inizio dei lavori per un sistema chiuso di Internet solo per l’Iran e il blocco dei servizi Google, Yahoo!, Hotmail e Facebook, in linea con la politica di un Internet “pulito”. Secondo la notizia, il governo avrebbe dovuto iniziare i lavori a maggio e finirli in agosto, quando questi servizi avrebbero dovuto essere rimpiazzati da Iran Mail e da un motore di ricerca filtrato. Era stato anche riportato che Taghipour aveva affermato che “Internet promuove il crimine, la divisione, un contenuto morale insano e l’ateismo” e che il governo non avrebbe avuto altra scelta che eliminare questi “flagelli”. Taghipour ha risposto pubblicando un comunicato sulla sua pagina Web www.ict.gov.ir (che non è visibile fuori dall’Iran) in cui afferma che l’informazione è falsa, è “opera della propaganda occidentale che dà il pretesto ai media ostili di avanzare una rivendicazione senza fondamento”, e ha negato tutto.

In realtà sia a gennaio sia agli inizi di aprile il ministro ha detto all’Agenzia di stampa della Repubblica islamica che sarebbe stato implementato un firewall nazionale, un programma di protezione che avrebbe controllato l’accesso dei siti Internet del paese, ma non aveva specificato quando. Sarebbe diventato però pienamente operativo entro il marzo 2013. Ovviamente la dichiarazione ha preoccupato i cyber attivisti, anche se sono abituati alla censura dato che Internet è stato messo fuori uso almeno due volte dall’inizio dell’anno. L’ultima volta, a febbraio scorso, le pagine di Gmail, Hotmail e Yahoo sono state rese inaccessibili o rallentate così tanto da non essere utilizzabili, tagliando fuori da questi servizi 33 milioni di utenti. Il governo ha anche iniziato un processo di registrazione per quelli interessati a usare Iran Mail che verificherà e archivierà il nome e l’indirizzo degli utenti, una specie di posta certificata nazionale.

La notizia dell’inizio dei lavori per un mega Intranet nazionale viene qualche settimana dopo l’altra notizia che un’azienda cinese ha venduto alla più grande compagnia di telecomunicazione iraniana un potente sistema di sorveglianza capace di monitorare le comunicazioni terrestri, satellitari e Internet. Gruppi di attivisti per i diritti umani affermano che sono stati documentati diversi casi in cui il governo ha rintracciato e arrestato i dissidenti sorvegliando le loro telefonate e l’attività su Web. Per eludere gli sforzi del governo di bloccare l’accesso ai siti stranieri, a Facebook e Twitter, molti iraniani ora sono costretti a usare dei server proxy su VPN (Virtual private network).

Se in Iran il sistema nazionale “protetto” dovesse essere implementato a breve, probabilmente verrà ancora più ristretta la libertà di informazione e di organizzazione in vista delle prossime elezioni del presidente che dovrebbe succedere a Mahmoud Ahmadinejad, previste per il giugno 2013. Ahmadinejad al momento ricopre il secondo mandato dal giugno 2009.

armi alle Farc

April 9, 2012

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armi alle Farc

L'arrivo di Viktor Bout negli States

Trascorse tra servizi segreti, guerriglieri afgani o sudamericani e signori della guerra africani, la vita e la carriera di Vicktor Bout sono l’ispirazione perfetta per un film. L’ultima scena tre giorni fa nell’aula della corte federale di New York, dove il trafficante d’armi russo è stato condannato a 25 anni di carcere e a una multa di 15 milioni di dollari per aver negoziato la vendita di armamenti alle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc), cospirando per uccidere cittadini statunitensi. “Non volevo uccidere nessuno. E’ la verità. Dio la sa, e anche tutta questa gente lo sa. Che Dio vi possa perdonare perché dovrete rispondere a Lui, non a me”, ha detto Bout al giudice Shira Scheindlin che ha comminato all’imputato il minimo della pena prevista.

La carriera di Bout si era conclusa nel 2008, quando l’ex ufficiale dell’aviazione sovietica, le cui gesta ispirano la pellicola Lord of War con Nicolas Cage, fu arrestato in Thailandia in un’azione sotto copertura della Dea, la Drug Enforcemnt Administration. Secondo l’accusa il trafficante stava trattando la vendita di 100 sistemi missilistici antiaerei trasportabili a spalla e di 5mila fucili d’assalto Ak-47 alle Farc, gruppo finanziato con il narcotraffico il che spiega il coinvolgimento della Dea.

I due anni successivi furono caratterizzati dal braccio di ferro tra russi e statunitensi sull’estradizione negli Usa del trafficante, concessa dal governo di Bangkok a novembre del 2010. La condanna a 25 anni ha scatenato le reazioni di Mosca, che giudica infondata la sentenza ed è pronta a dare battaglia per riportarlo in Russia. “Il verdetto è stato pronunciato, ma noi non consideriamo la questione chiusa e sosterremo gli avvocati della difesa se proporranno appello”, ha detto all’agenzia Itar-Tass,il commissario per i diritti umani del ministero degli Esteri russo, Konstantin Dolgov. Le accuse sono basate su speculazioni della giustizia statunitense. Il sistema giudiziario guidato evidentemente da un ordine politico, ha ignorato gli argomenti della difesa”. Argomenti secondo cui il vero oggetto della trattativa non erano le armi, bensì gli aerei.

Nato a Dushanbe in Tajikistan nel 1967, vegetariano e poliglotta, Bout ricevette addestramento nel Gru, il servizio segreto militare sovietico. La dissoluzione dell’Unione sovietica e le conoscenze tra le alte sfere dell’esercito gli diedero accesso agli arsenali dell’ex Urss e dei Paesi dell’est europeo. Iniziò così nel 1992 la sua carriera nel mondo degli affari con rifornimenti a diverse milizie afgane per un valore di 50 milioni di dollari (37 milioni di euro).

Altro mercato fruttuoso per il trafficante russo fu quello africano. Tra i suoi clienti migliori figura il dittatore liberiano Charles Taylor, attualmente sotto processo alla corte dell’Aia per crimini contro l’umanità. E’ inoltre accusato di aver armato entrambi gli schieramenti nella guerra civile in Angola e di aver fornito i signori della guerra nella Repubblica Centro Africana e nella Repubblica democratica del Congo.

Parallelamente costituì un impero economico legale nel settore dell’aviazione civile arrivando ad avere una flotta di 60 aerei – soprattutto Tupolev, Antonov e Ilyushin – per il trasporto di persone e merci registrate sotto una dozzina di società internazionali.? Gli aerei sarebbero l’unico legame con il traffico d’armi, trasportate nei carghi, ma della cui vendita o acquisto Bout ha sempre detto di essere estraneo. Della flotta, per sua stessa ammissione, si sarebbero serviti anche Nazioni Unite e Francia per trasportare uomini e aiuti nel Ruanda post-genocidio.

Per l’avvocato Albert Dayan, il caso sarebbe stato montato ad arte per coprire le rivelazioni sul sostegno dato dalle compagnie di Bout agli Usa per trasportare forniture, cibo e altro materiale per le compagnie di contractor che lavoravano in Iraq per il governo statunitense. Commesse che violavano le sanzioni imposte dall’Onu contro Bout già nel 2001 per la reputazione di famigerato trafficante d’armi che nel 2007 gli costerà il soprannome di “mercante della morte”, dal titolo di un libro d’inchiesta dei giornalisti Douglas Farah e Stephen Braun.

Nel 2004 il dipartimento del Tesoro impose delle sanzioni proprie in relazione ai presunti rifornimenti di armi ai talebani e ai milizia legati alla galassia di al Qaeda. Circostanza smentita da Bout in un’intervista all’emittente Channel 4 nel 2009. Soltanto nel 2007 iniziarono le indagini sul suo conto, “perché considerato una minaccia per gli Stati Uniti e per la comunità internazionale”. La condanna di tre giorni fa si riferisce però esclusivamente al presunto accordo con le Farc. Tuttavia, si legge nei documenti dell’accusa “sebbene Bout voglia farsi passare per un semplice imprenditore è in realtà un uomo d’affari tra i più pericolosi, capace di trasformare i propri clienti da ideologi intolleranti a criminali letali”.

di Andrea Pira

Fukushima trema di nuovo

April 2, 2012

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Fukushima trema di nuovo

Un sisma di magnitudo 5.9 è stato registrato alle 23.04 locali (le 16.04 in Italia) nel Giappone del nordest, con epicentro a pochi chilometri dalla disastrata centrale nucleare di Fukushima. Lo ha reso noto la Japan Meteorological Agency, che non ha lanciato alcun allarme tsunami. Al momento, mancano ancora informazioni sull’impianto danneggiato. La Nisa, l’agenzia nipponica per la sicurezza nucleare, ha reso noto che “non sono state segnalate anomalie” alla centrale nucleare.

La scossa, ha reso noto la Jma, ha avuto un’intensità di 5- sulla scala di rilevazione nipponica che ha un massimo di 7, proprio nelle città di Naraha e Tomioka. Entrambe ospitano l’impianto nucleare di Fukushima Daini, distante poco più di 10 chilometri dalla struttura pesantemente danneggiata dal sisma-tsunami dell’11 marzo del 2011, e sono state evacuate proprio a causa dell’emergenza atomica perché nel raggio di 20 chilometri di “no entry zone”.

L’epicentro è stato individuato nelle acque del Pacifico, con ipocentro a 50 km di profondità, sufficiente perchè il terremoto fosse avvertito da Hokkaido (nord dell’arcipelago) fino a sud di Tokyo. Nella capitale i palazzi, anche quelli meno alti, hanno cominciato a oscillare. La Nhk, la tv pubblica nipponica, ha interrotto la normale programmazione per una diretta sull’evoluzione della situazione: l’emergenza è rientrata pochi minuti fa, quando la Nisa e la Tepco, il gestore di Fukushima, hanno riferito che non sono stati registrati anomalie nel funzionamento delle attività della centrale.

April 1, 2012

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Trasferirsi a Toronto. Come?

Sono veramente nauseata dall’italia, non ho un lavoro stabile da diversi anni e sono ormai all’età di 47 anni, quì ormai vecchia per il mondo del lavoro, ho due figli 13/16 e il loro futuro mi preoccupa più del mio… ho uno zio a Toronto e stavo proprio pensando di venire a vedere come è la vita e decidere se è il momento di dare un giro di boa…” A distanza di tre anni da quando pubblicai il mio post “Come si vive a Toronto”, continuo a ricevere messaggi come questo da parte di italiani/e vittime della crisi economica che stanno riprendendo a considerare quella che fu – per molti dei nostri lontani parenti di duecento, cento, ottanta o anche solo sessanta anni fa – l’unica soluzione possibile: emigrare.

Nella fotografia della partenza non ci sarà più la valigia di cartone degli inizi del XX secolo, ma nemmeno c’è più la Samsonite degli anni Ottanta. Sarà la valigia comprata al mercatino dai cinesi, quelle che costano poco e ci fai due viaggi, prima che si rompano. E se la tentazione del fare la valigia col solo biglietto di andata sta tornando a essere un’opzione di vita per un numero crescente di italiane e italiani, forse è utile chiarire alcuni aspetti.

Emigrare è difficile e stressante quanto barcamenarsi in Italia nelle attuali condizioni di crisi economica. Certo, Toronto è, fra tutte le mete possibili, una delle metropoli più accoglienti per un italiano/a che voglia ricominciare daccapo. Con oltre 850.000 italo-canadesi, tre Little Italy, il più antico quotidiano italiano all’estero, radio e televisioni che trasmettono in italiano, l’italiano che resiste ancora come seconda lingua della città (ma solo perché si divide il mandarino dal cantonese, sennò la lingua di Dante qui sarebbe la terza per diffusione) e la possibilità di comprare in diversi negozi e supermercati prodotti italiani impossibili da trovare nel 99% del Nord America (dalla mozzarella di bufala al prosciutto San Daniele, dal pesto ai pomodori pachino), Toronto è, assieme a Buenos Aires, la città straniera meno estranea che un italiano possa immaginare, a patto che si sia pronti a vivere dentro il mosaico multiculturale canadese.

Poiché la cosa migliore per conoscere il sapore di una mela è di darle un morso, suggerisco agli aspiranti emigranti di cominciare con il venire qui con un visto da turisti, di sei mesi. Meglio se nei mesi invernali, per capire se potete vivere a Toronto durante i suoi mesi meno ospitali. Trovatevi una sistemazione – magari evitate il depressivo seminterrato, anche se è di gran lunga la soluzione più economica – e pagatevi un buon corso d’inglese che vi aiuti a ridurre il gap culturale. Se non ve lo potete permettere (ma ce ne sono di molto economici) ricordatevi che una volta ottenuto lo status di immigrante potrete frequentare strutture come il Costi, non a caso dal nome italiano.

Per il resto, guardatevi attorno. Vedete se i ritmi di questa civilissima ma forse un po’ monotona (il suo soprannome, dato dagli statunitensi, è “Boronto”, dove “bore” in inglese significa “noia”) città vi vanno a genio. Trasferirsi significa tre cose: sradicarsi, reimpiantarsi, adattarsi a ricominciare dagli scalini più bassi della società, e parlando una lingua che non è la propria. Sono pochissimi i privilegiati che hanno la possibilità di venire qui a fare un Ph.D., o di essere assunti come giornalisti al Corriere canadese o a Chin Radio. Come per una legge del contrappasso, i lavori più richiesti a Toronto sono quelli che spesso in Italia fanno gli emigranti: il panificatore, il pizzaiolo, la badante, l’infermiere. Rispetto all’Italia, però, esiste anche la possibilità di essere assunti per determinate categorie di “lavoratori qualificati” (qui la lista). Ma per ambire a questi posti occorre prima ricevere un’offerta di contratto individuale e poi presentare domanda. Ogni anno il Canada ammette un certo numero di questi “skilled worker” e il procedimento funziona su base numerica: chi prima presenta domanda, prima verrà valutato, fino al raggiungimento del numero chiuso. Intendiamoci: il meccanismo è ottimo per chi ci rientra, perché tra l’altro assicura al Canada un’immigrazione altamente qualificata. Ma per chi non ci rientra?

Per questi, esiste la possibilità di inserirsi come agente immobiliare o segretaria, avendo a che fare con un mercato immobiliare e impiegatizio che, qui, ha assicurato fino a oggi ampi guadagni (negli ultimi 5 anni la media della rivalutazione degli appartamenti e delle case di Toronto è stata del 12% annuo), ma non è detto che il trend continui a lungo. Le dinamiche d’ufficio canadesi sono alquanto diverse da quelle italiane: il concetto dell’essere parte di una squadra, qui, è qualcosa di capitale, e se non si sente quello che mi piace chiamare “l’attaccamento alla maglia” della propria azienda, si rischia di trovarsi a disagio.

Il Canada sta reagendo alla crisi globale certo meglio dell’Italia, e l’Ontario – la provincia dove Toronto sorge – è una delle zone più benestanti del Paese. Tuttavia, la crisi esiste anche qui. Nella Legge di Bilancio 2012 presentata ieri, il Governo ha indicato di voler raggiungere il pareggio di bilancio entro il 2015, ma per farlo ha dovuto preventivare tagli alla spesa per 5,2 miliardi di dollari, insistendo in particolare sul settore pubblico, che dovrà snellirsi di circa 19.200 posti di lavoro fra gli statali. Come se non bastasse, anche il Parlamento di Ottawa ha dovuto approvare una nuova riforma delle pensioni che entrerà in vigore nel 2023, portando l’età della pensione dagli attuali 65 ai 67 anni, un dato che riguarderà tutti i lavoratori oggi sotto i 54 anni. Il Paese della Foglia d’Acero, inoltre, si prepara a dire addio al penny, la cui produzione costa 11 milioni di dollari l’anno. Altri tagli hanno poi riguardato l’agricoltura, la Sanità (che in Canada è pubblica e di buon livello) e la Difesa.

Tutto ciò per dire: il Canada non è l’Eldorado, ma è certo un posto dove tutto è più facile rispetto all’Italia di oggi. O di ieri, a giudicare dai numeri storici della nostra emigrazione in questo paese nordico, pulito, e multiculturale.

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