May 19, 2012

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Facebook debutta a Wall Street

Ancora in corso, la quotazione di Facebook sta mantenendo le promesse. Secondo quanto riferito dal Nasdaq, i dati sono da record: 82 milioni di azioni scambiate nei primi 30 secondi di contrattazioni e scambi per 4,5 miliardi in 5 minuti. Una mole di contrattazioni che ha addirittura messo in crisi il sistema informatico della Borsa, bloccando gli aggiornamenti del titolo per qualche minuto. Il titolo, in apertura, è schizzato a un valore di 43 dollari (il prezzo era fissato a 38 dollari per azione) scendendo poi a un valore di 40-41 dollari. Paradossalmente, il record di volumi negli scambi di Facebook hanno condizionato negativamente le altre Internet Company. Zynga, che produce videogiochi proprio sulla piattaforma Facebook, ha subito un brusco calo e le contrattazioni del titolo sono state sospese per 50 minuti.

L’IPO (Initial Public Offering) per il 18 per cento delle azioni del gruppo di Zuckerberg rappresenta la più sostanziosa operazione nella storia della net-economy e la seconda di tutti i tempi dopo la quotazione di Visa, il colosso specializzato nella gestione delle carte di credito. Il gruppo fondato da Zuckerberg, in queste condizioni, si trova ad avere un valore complessivo di oltre 100 miliardi e al termine dell’offerta pubblica dovrebbe ritrovarsi in cassa un surplus di 19 miliardi di dollari.

E’ stato stato lo stesso fondatore e amministratore delegato, Zuckerberg, a suonare la campanella di apertura del Nasdaq dal quartier generale di Menlo Park, peraltro indossando la consueta felpa. La curiosità per l’andamento delle vendite, alla vigilia, era altissima e l’hashtag #FacebookIPO su Twitter è letteralmente affollato di previsioni, commenti e suggerimenti per gli aspiranti investitori. Non mancano però i timori nei confronti del “big happening”. Le maggiori preoccupazioni sono legate alla sopravvalutazione di Facebook, sottolineata nei giorni scorsi da esperti e analisti.

Il cuore di Facebook, sotto il profillo economico, è rappresentato dalle entrate pubblicitarie, che rappresentano circa l’85 per cento degli introiti del gruppo. Scomponendo il valore del gruppo sulla base del numero di utenti, però, il dato che ne deriva è che con la quotazione a 38 dollari per azione ogni investitore si troverebbe a pagare circa 110 dollari per utente: un valore decisamente superiore ai profitti garantiti (4 dollari a utente) fino a oggi dal social network. Rimanendo nell’ambito delle valutazioni matematiche, il valore complessivo del gruppo sarebbe quantificato in oltre 100 volte gli utili annuali. Un record che straccia il precedente primato di Google, attestato su un rapporto di quasi 70 a 1.

Sul versante degli ottimisti, gli indizi per un buon andamento anche nel prossimo futuro della piattaforma creata da Zuckerberg in realtà non mancano. Il social network sta sperimentando nuovi modelli di business per capitalizzare i 900 milioni di utenti che rappresentano il suo vero patrimonio. Le maggiori aspettative si concentrano sulla piattaforma di e-commerce, basata sui Facebook Credits, che per il momento permettono di acquistare applicazioni e “beni virtuali”, ma che in un futuro prossimo dovrebbero consentire di comprare più o meno qualsiasi cosa. Le prospettive di crescita dovrebbero quindi finire per giustificare gli oltre 100 dollari a utente che gli investitori si trovano a pagare. Anche dopo la quotazione, la barra del timone rimarrà saldamente nelle mani del fondatore Mark Zuckerberg, che non una quota del 18,7 per cento delle azioni si garantisce comunque la maggioranza dei diritti di voto.

Se gli operatori mostrano non poche perplessità sulla tenuta del titolo già nel breve e medio periodo, gli azionisti originali di Facebook possono in ogni caso brindare all’occasione d’oro che gli si è presentata. A puntare tutto sulla quotazione in Borsa di Facebook è stato certamente Eduardo Saverin, primo socio di Zuckerberg nell’impresa e attualmente detentore di una quota pari al 4 per cento della società. Il trentenne brasiliano si è mosso per massimizzare i guadagni derivanti dalla quotazione a Wall Street del social network rinunciando, a settembre 2011, alla cittadinanza statunitense per trasferirsi a Singapore dove, stando a quanto da lui dichiarato, vive e lavora già da tempo. Il cambio di cittadinanza, sotto il profilo fiscale, permetterà a Saverin di risparmiare parecchi milioni di dollari in tasse sui proventi derivanti dall’IPO.

May 17, 2012

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Pirateria informatica in Italia

La BSA (Business Software Alliance) ha emesso anche quest’anno il suo rapporto sulla pirateria chiamato ‘Shadow Market‘, giunto alla nona edizione e curato dal Global Software Piracy Study. I dati che emergono confermano ancora una volta l’andamento già fatto registrare negli scorsi anni per quanto riguarda la pirateria a livello casalingo e negli ambienti di lavoro. Secondo il rapporto, il 48% del software installato nei pc italiani è illegale: questo significa che quasi un programma su 2 è stato scaricato ed installato in modo non legale. Se si osserva la stessa statistica riferita al 2010, si vede che l’Italia è scesa di un punto percentuale passando dal 49 al 48, ma ad essere significativo è il confronto con la media europea, anche lei scesa, ma dal 35 al 33%. Il Bel Paese rappresenta quindi un traino negativo in termini di legalità a livello informatico per l’Europa Occidentale, secondo solamente alla Grecia al 61% e a pari merito con Cipro e Islanda. In modo particolare si evince inoltre che il 57% degli intervistati ha chiaramente ammesso di aver fatto uso di software non originale, e tra questi il 5% in modo sistemico ed il 9% con una certa frequenza. Se a questi dati si aggiunge un 5% di indecisi o che non hanno voluto rispondere al sondaggio, i dati sono diventati davvero preoccupanti.

A destare un certo effetto sono state le stime del valore commerciale del software illegale installato nei computer di tutto il mondo: si è passati dai 58,8 miliardi del 2010 a 63,4 miliardi di dollari del 2011. Il ‘mercato ombra’ italiano contribuisce con 1,945 milioni di dollari ponendolo all’ottavo posto della classifica mondiale. Il primato spetta invece agli Stati Uniti seguiti a poca distanza dalla Cina e più indietro Russia, India, Brasile, Francia e Germania.

Sui dati del rapporto è intervenuto Matteo Mille, presidente di BSA Italia: “Se il 48% dei consumatori taccheggiasse i prodotti sugli scaffali dei negozi, questo sicuramente indurrebbe le istituzioni a intensificare la sorveglianza da parte delle forze dell’ordine e ad appesantire le pene per i trasgressori della legge. Invece il nostro Paese si trova ancor oggi privo di una salda normativa per la tutela della proprietà intellettuale in Rete, laddove altre nazioni europee stanno già traendo positivi risultati da innovazioni regolamentari che noi da tempo chiediamo alle Istituzioni, insieme alle altre associazioni di categoria dei titolari di diritti d’autore”.

Per contrastare il download illegale, è notizia proprio degli scorsi giorni l’investimento di 100mila dollari da parte di Microsoft per un progetto chiamato Pirate Pay, con il quale si riuscirebbe a disturbare la connessione dei potenziali pirati. Individuati i clienti ‘incriminati’, viene generata una certa quantità di traffico che funziona come una sorta di velo per nascondere i reali indirizzi ai clienti che vengono in qualche modo costretti a disconnettersi.

May 16, 2012

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quanto vale Facebook

Mancano pochi giorni all’Ipo (offerta pubblica iniziale) in borsa del mega-social network creato da Zuckerberg. All’evento sono dedicate centinaia di pagine (cartacee e digitali) in tutto il mondo. Le discussioni, in prevalenza, riguardano il funzionamento economico di Facebook e i meccanismi che permettono la “creazione” di una ricchezza senza precedenti attraverso delle semplici “amicizie”. Tutti, però, sottintendono l’idea che la creatura di Zuckerberg rischi di deludere le aspettative e che generi una “bolla” provocata dalla super-valutazione della società. Di mio, non ne sono così convinto.

Vero: c’è una buona parte di eccesso di entusiasmo nei confronti di Facebook. Ma ci sono due buoni motivi per cui Facebook non sarà un fuoco di paglia. Il primo è legato a una carenza di oggettività nel valutare l’efficacia del mezzo. Facebook vive (anche) di pubblicità e in questo settore il social network è il mezzo più in voga del momento. Tutti vogliono e devono essere su Facebook, poco importa che il mezzo sia efficace o meno. Una qualsiasi azienda che vuole investire in pubblicità si aspetta che la società di marketing a cui si rivolge gli proponga di investire nel super social network di Zuckerberg. Visto che il motto per cui “il cliente ha sempre ragione” è sempre valido, nei prossimi mesi (o anni) gli investimenti su Facebook non mancheranno.

Il secondo motivo è legato all’efficacia della pubblicità sul social network. Nelle tante analisi pubblicate sui giornali, si parla in maniera ossessiva dell’efficacia della “pubblicità su misura”. Sarà anche vero, ma il concetto di profilazione e di invio di messaggi pubblicitari legati agli interessi degli utenti non l’ha inventato Zuckerberg. Il vero “big boss” in questo campo è Google, e non da oggi: sono ormai anni che il colosso di Mountain View offre questo servizio ai suoi inserzionisti. Considerando che Google ha un (quasi) monopolio sulle ricerche in Internet, l’efficacia del suo advertising dovrebbe essere anche superiore.

Ciò che offre un enorme vantaggio a Facebook si potrebbe chiamare “effetto portale”. Ai tempi della prima bolla speculativa della Net-economy, i portali andavano di moda. L’idea era quella del “sito trita-tutto” a cui l’utente si collegava per fare qualsiasi cosa: dal controllo dell’email alla lettura delle notizie. Il sistema ha funzionato per un po’, soprattutto grazie a un pizzico di malizia. Ai tempi delle connessioni analogiche (qualcuno ricorda i modem 56K che “cantavano” prima di collegarsi?) i software per la configurazione della connessione impostavano il sito-portale del provider come home page predefinita. Visto che molti utenti non sapevano nemmeno come cambiarla, il traffico sui portaloni era garantito. Anche l’email giocava il suo ruolo. Pochissimi, infatti, utilizzavano un servizio email gratuito diverso da quello offerto dal loro provider, e il passaggio dal sito-portale era obbligato.

Poi, il web si è evoluto e i portali si sono pressoché estinti. Fino a Facebook. Oggi esiste un esercito di nuovi utenti che utilizzano Internet principalmente o esclusivamente attraverso Facebook. Il social network è diventato il punto di accesso principale a qualsiasi informazione, lo strumento principe per comunicare con amici e colleghi, addirittura (anche se in fieri) un mezzo per fare e-commerce. La causa di questo accentramento è semplice: per inviare email, chattare, tenere sotto controllo le notizie, acquistare e giocare online sarebbe normalmente necessario usare piattaforme, siti Internet e software diversi. Ognuno con le sue regole, le sue peculiarità e magari logiche di utilizzo diverse. Insomma: una faticaccia. Con Facebook, l’ambiente è unico. Tutto risulta più facile da usare e più immediato da comprendere. Facebook è diventato una sorta di “rete dentro la rete” dalla quale molti non sentono nemmeno il bisogno di uscire, con l’effetto collaterale di ristagnare in orizzonti ben più stretti di quelli del World Wide Web. Ma questo, per Wall Street, è solo valore aggiunto.

May 13, 2012

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Xylexpo, Biennale tecnologie del legno

Anche quest’anno giunge al capolinea la Xylexpo, la Biennale mondiale delle tecnologie del legno e delle forniture per l’industria del mobile organizzata in occasione della Tew - Technology exhibition week alla fiera Rho di Milano. Una settimana quella che si chiuderà oggi con l’ultima giornata d’esposizione, che ha accompagnato i milanesi alla scoperta dei macchinari utilizzati per la lavorazione del legno (Xylexpo), delle materie plastiche e della gomma (Plast) e delle trasmissioni meccaniche (FluidTrans compomac e Mechanical power transmission & Motion control).

I numeri sono stati il punto forte dell’intera rassegna con un’area espositiva di quasi 40mila metri quadrati disposti su quattro padiglioni in cui hanno trovato posto 514 espositori provenienti da oltre 35 paesi. Nuove tecnologie e nuovi macchinari sono stati il vero cuore pulsante di tutta la manifestazione che ha potuto portare a Milano il meglio dell’avanguardia di settore divisa su quattro grandi aree tematiche: dai macchinari per le lavorazioni forestali agli accessori per la prima lavorazione di comparti strutturali, passando ovviamente attraverso il legno massiccio e tutto il comparto per il legno da superficie.

A farla da padrona è stata la componente italiana presente alla Biennale con 337 imprese, seguita dalla Germania (circa 63 espositori) e dalla Cina in forte spinta economica con 17 aziende. Nonostante i grandi numeri, la 23esima edizione ha portato con sé lo strascico già ampiamente visto al Salone del Mobile: la crisi economica, seppur mascherata, è visibile dagli stand espositivi di dimensioni ridotte e dalla ricerca di concretezza rispetto alle sfarzosità che da tempo contraddistinguevano questa manifestazione.

Nonostante i dati di vendita poco confortanti emessi da Acimall, l’Associazione costruttori italiani macchine e accessori per la lavorazione del legno , il settore del legno sta attraversando una “seconda primavera” soprattutto nel settore dell’arredamento. Ai più moderni materiali plastici che hanno letteralmente invaso il design degli anni ‘80/’90, si stanno man mano riscoprendole vecchie materie prima di cui il legno rimane il re incontrastato. Una cambio di tendenza che si sta riscontrando anche nell’arredamento degli uffici pubblici e privati, alla riscoperta di quell’ambiente più casalingo che sembra mettere a proprio agio i clienti.

Alla componente espositiva, la Biennale di Milano ha messo in campo un programma di incontri dedicato ai professionisti del settore: convegni, conferenze stampa abbinati a dei veri e propri seminari come ad esempio quello sull’essicazione del legno condotto da Ottaviano Allegretti del Cnr-Ivalsa. A chiudere la rassegna sarà proprio un seminario intitolato “Macchine, quasi-macchine e sistemi integrati” a cura di Attilio Griner di Acimall all’interno del Lem 2, ponte dei Mari Est a partire dalle 14,30.

 

May 11, 2012

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utilizzo internet

Il web in Francia ha da sempre avuto un ruolo molto importante. Le iniziative, i blog e i servizi che passano attraverso la rete transalpina sono tantissimi. L’utilizzo delle nuove tecnologie e in particolare di Internet si è sviluppato ed è entrato rapidamente nelle case dei francesi grazie anche all’aiuto degli operatori che hanno saputo animare negli anni il mercato dei servizi ADSL, rendendolo un vero pioniere in termini di servizi e costi rispetto agli altri paesi europei. 

Basti pensare che da anni tutti gli operatori includono nei forfait mensili le chiamate verso i numeri fissi all’estero, oltre ad una vasta scelta di canali TV internazionali, senza costi aggiuntivi. Oggi, inoltre, è normale pagare le tasse via Internet, entrare in contatto con l’amministrazione del proprio arrondissement grazie ad una semplice email e ricevere una risposta in tempi relativamente brevi, evitando code agli sportelli dell’amministrazione pubblica. E anche possibile gestire le pratiche amministrative personali tramite un sito unificato, mon.Service-Public.fr, o ancora prenotare un campo comunale da tennis on line

Oltre agli sforzi dell’amministrazione pubblica, la Francia, e in particolare Parigi, è al centro di una rivoluzione in cui il web occupa una parte importante per risolvere i piccoli problemi pratici di tutti i giorni. Ed è cosi che nascono siti come alloresto.fr, per ordinare cibo da asporto con consegna a domicilio, o lafourchette.fr, per trovare un ristorante all’ultimo minuto e magari avere anche uno sconto.   

Altri siti, invece, propongono servizi ben più elaborati, come cambiare appartamento o trovare una stanza in affitto – appartager.com, – trovare amici, compagni di viaggio, bon plans e organizzare da soli o in gruppo una vacanza tramite il social network dei viaggi,  travellution.com – nato e sviluppato a Parigi, – o ancora compravendita tra privati attraverso leboncoin.fr, ben più comune tra i francesi del mastodontico cugino Ebay. 

Il mondo del lavoro non è da meno: in molti uffici, soprattutto nel quartiere della Defense, è consuetudine organizzare il petit déjeuner tra colleghi una volta alla settimana: laviennoiserie.net offre un servizio di organizzazione della colazione d’equipe e di ricerca delle boulangeries. E se un giorno si decide di cambiare lavoro è semplice trovare spunti per una lettera di motivazione grazie ai modelli di niceletter.com.

Anche la fervente scena musicale indipendente e amatoriale approfitta di questa rivoluzione: grazie a allostudio.fr è semplice trovare una sala prove o di registrazione dove preparare il proprio gruppo per la prossima esibizione in qualche locale di Oberkampf, del Canal St Martin o per la Fête de la Musique. Le iniziative sul web non mancano insomma, e si sente più che mai la volontà di affermare soluzioni 2.0 de proximité (di prossimità, ndr) e di produzione locale, nonostante una città come Parigi,  fortemente europea, poliglotta, multiculturale e globale. 

Il bisogno di strumenti per districarsi nella giungla quotidiana parigina trova sempre più consenso nel web e negli smartphone, ormai diffusissimi su larga scala nella Ville Lumière, e queste sono solo alcune delle tante realtà per lanciarsi nella vita virtuale locale, nella speranza che resti sempre e solo un aiuto per migliorare la vita vera, quella fatta di persone reali.

di Emanuele Ghevre, ingegnere informatico

parigi@ilfattoquotidiano.it

May 9, 2012

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Sicurezza Mac

FileVault è la tecnologia che permette di cifrare (e decifrare) alcune cartelle all’interno del sistema operativo della casa di Cupertino: presente fin dalla versione 10.4 Tiger, con il nuovo aggiornamento rilasciato nel mese di febbraio le informazioni rilasciate sono più di quelle dovute. La scoperta è stata segnalata dal ricercatore David Emery sul sito Cryptome ma, fortunatamente, il problema non colpisce tutti gli utenti possessori di un Mac. Ad incappare in questo problema sono infatti solamente coloro che hanno installato l’ultima versione del sistema operativo (Lion 10.7.3) e che hanno utilizzato la prima versione di FileVault, attivata prima dell’ultimo aggiornamento. In queste condizioni, chiunque in possesso delle credenziali per accedere ai file “admin”, potrà infatti vedere in chiaro e senza alcuna cifratura la password utilizzata per proteggere alcune cartelle di sistema.

Tutto il processo non è così alla luce del sole ma comunque facilmente accessibile avviando il Mac attraverso la partizione di recovery di Lion, oppure utilizzando il disco in modalità Firewire e accedendo ai dati attraverso una seconda macchina. Pochi problemi nel concreto per un utilizzatore singolo: diverso invece il discorso per un Mac utilizzato da più utenti e con la necessità di proteggere con una password alcune cartelle. Il tutto può essere in ogni caso facilmente risolto ricorrendo alla nuova versione di FileVault,oppure utilizzando software prodotto da terzi che permette di avere un risultato simile se no perfettamente integrato nel sistema operativo.

Il problema porta ancora una volta sotto la luce dei riflettori la questione sulla sicurezza in ambiente Mac, solitamente considerato invulnerabile, ma che negli ultimi giorni si è trovato ad affrontare più di un problema tra virus e, come in questo caso, la sicurezza dei dati da occhi indiscreti. Un problema certamente sottovalutato così come ha sottolineato David Emm dei laboratori Kaspersky: “Penso che ci vorrà diverso tempo prima che potremo assistere ad un cambiamento di approccio nei confronti di Apple: non è solo questione di codice ma di assumere una nuova consapevolezza nei confronti della sicurezza”. La sua analisi è quindi proseguita specificando come, questo diverso approccio nei confronti della sicurezza in rete per gli utenti Mac, li renda decisamente più vulnerabili rispetto a chi utilizza altri sistemi operativi.

Un vero e proprio fulmine a ciel sereno per i laboratori Apple che hanno fatto dell’invulnerabilità uno dei cavalli di battaglia nell’eterna lotta con il sistema operativo di casa Windows e che è stato portato alla ribalta proprio da Cryptome. Sconosciuto al grande pubblico, il sito fondato nel 1996 da John Young e Deborah Natsios, ha raccolto nel corso degli anni numerosi documenti scomodi, aprendo in qualche modo la strada all’azione di denuncia del tanto discusso Wikileaks.

May 8, 2012

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i “like” di Facebook

Riuscire ad essere incisivi a livello di marketing sia online che offline è la sfida maggiore che tutte le grandi marche si trovano ad affrontare nell’era di internet. Ogni informazione, così come ogni nuovo prodotto, approda sulla rete e si diffonde ad una velocità imparagonabile all’ormai obsoleto “volantino pubblicitario”, ed è proprio in questa direzione che ha investito la C&A. Società fondata in Europa ma presente sul mercato a livello mondiale, distribuisce abiti e collezioni in esclusiva portando l’abbigliamento a un livello successivo.

Con “Fashion Like” lo shopping si fa “social” con un progetto che, per ora attivo solamente in Brasile, promette di rivoluzionare completamente il concetto di tendenza. La componente brasiliana di C&A ha infatti creato un’applicazione, che sfrutta il progetto italiano “Arduino”, con cui gli utenti di Facebook possono valutare in diretta le nuove collezioni cliccando sulle fotografie dei vestiti. Ad ogni “mi piace” ricevuto sul social network per eccellenza, si modificherà il display degli appendini esposti in negozio: il cliente potrà così valutare in modo immediato se quel determinato capo d’abbigliamento è apprezzato dalla rete o meno.

Se i puristi dell’originalità potrebbero inorridire di fronte ad un capo visto, apprezzato e “linkato”, sicuramente dal punto di vista tecnologico rappresenta una vera innovazione. Oltre a condizionare i più comuni aspetti della vita di ogni giorno, Facebook diventa così parte integrante di una scelta arrivando quindi anche ad influenzare sull’acquisto di un nuovo capo d’abbigliamento. Una sfida sicuramente ambiziosa che, se da una parte aumenta la visibilità per l’azienda, dall’altra potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio portando direttamente al fallimento un’intera linea di capi in base al numero di “like” ricevuti. 

May 5, 2012

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come funziona Skype

Non sono un programmatore, ma col tempo ho scoperto di avere qualcosa in comune con la categoria. Da piccolo, per esempio, anch’io rompevo i giocattoli per scoprire come funzionassero. Molti programmatori (e tutti gli hacker) lo fanno con i software e lo scopo, nella maggior parte dei casi, è lo stesso: scoprire come funzionano. Negli ultimi mesi, l’architettura di Skype ha subito un cambiamento radicale. La scoperta si deve a Kostya Kortchinsky, un esperto di sicurezza di Immunity Security. L’analista ha notato il cambiamento mentre indagava su una nuova vulnerabilità del software.

Il programmino per chat, chiamate e videochiamate si è conquistato una bella fetta di mercato grazie alle sue caratteristiche innovative. Il “papà” di Skype, reduce dall’esperienza del programma per lo scambio di file Kazaa, lo aveva pensato come un’applicazione peer to peer (da pari a pari). In pratica Skype si reggeva in buona parte grazie ai suoi stessi utenti. Semplificando, il programma individuava i computer più potenti (e dotati di una connessione adeguata) per utilizzarli come “supernodi” col compito di smistare le comunicazioni degli altri. Una rete paritaria, orizzontale e distribuita, che oltre a garantire ottime prestazioni a basso costo, metteva il sistema al sicuro da eventuali crash.

Ora Skype non funziona più così. Kortchinsky si è infatti accorto che il numero dei “supernodi” è diminuito da 48.000 a circa 10.000. Visto che il numero di utenti Skype non è affatto diminuito, ma è arrivato alla cifra record di 663 milioni, l’analista ha concluso che i “supernodi” devono essere stati sostituiti. La conferma è arrivata da Microsoft, che ha acquistato Skype l’anno scorso per la bellezza di 8,5 miliardi di dollari. La nuova architettura non prevede più la possibilità che gli utenti siano “promossi” a supernodi: la gestione è affidata ai server Microsoft (equipaggiati con sistemi Linux) all’interno di data center specializzati. Le buone ragioni per una modifica del genere non devono essere mancate: aumento degli utenti, crescita di dispositivi mobili che non hanno una connessione fissa e la solita preoccupazione per la sicurezza e per eventuali (sigh) attacchi hacker.

Ma in tempi in cui la questione privacy ha la sua importanza, sapere che le comunicazioni di 663 milioni di persone passano per server centrali gestiti da un unico soggetto non è entusiasmante. Così come poco entusiasmante è il fatto che la vicenda sia venuta alla luce solo grazie alla curiosità di Kortchinsky.

Forse, tra tutti i “diritti digitali” di cui si blatera nelle varie commissioni e authority, sarebbe il caso di prevederne uno che garantisca agli utenti la possibilità di sapere come funzionano i software che usano o, per lo meno, permetta di essere informati quando subiscono modifiche radicali. Così, giusto per sapere come funzionano.

May 3, 2012

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Internet: rapporto Symantec

Come ogni anno, il rapporto di Symantec “fotografa” la situazione della sicurezza informatica a livello mondiale. Un turbinio di cifre e informazioni che, oltre a confermare le dimensioni del fenomeno legato al cyber-crimine, offrono alcuni spunti interessanti e, a volte, decisamente curiosi. Il primo è che i siti che trattano tematiche religiose contengono un numero di malware superiore di tre volte rispetto ai siti pornografici. Un dato che, secondo gli analisti di Symantec, si spiega col fatto che i secondi avrebbero un maggiore interesse (economico) a mantenere “pulite” le loro pagine. Quale che sia la ragione, è più probabile incappare in un virus visitando il sito di una comunità religiosa che tra le pagine Web per adulti.

Gli altri dati tratteggiano un panorama che, a livello mondiale, rimane piuttosto caotico. Nel 2011 i nuovi virus e malware sono stati 403 milioni (nel 2010 erano stati “solo” 260 milioni) e le vulnerabilità software scoperte nel corso dell’anno sono state 4.989, in calo rispetto all’anno scorso. In decrescita anche il fenomeno dello spam: i 42 miliardi i email-spazzatura che attraversano la Rete ogni giorno rappresentano soltanto il 75% del totale. Nel 2010 erano l’86%. Vero boom, invece, delle minacce per smartphone e tablet. Secondo i dati di Symantec i malware in questo settore sono aumentati del 93% rispetto all’anno scorso.

Per quanto riguarda la suddivisione geografica dei fenomeni, il primato in quanto a origine degli attacchi che hanno colpito l’Europa è degli Stati Uniti, seguiti da Cina, Regno Unito, Giappone e Russia. Solo nona l’Italia, che si piazza invece al primo posto per numero di computer infetti e utilizzati come “bot” (computer controllati a distanza n.d.r) dai pirati informatici. Dopo di noi Germania e Polonia, mentre la Russia si colloca sorprendentemente all’ultimo posto mantenendo invece lo scettro per quanto riguarda l’invio di spam all’interno del vecchio continente.

 

April 30, 2012

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la rivoluzione digitale nei musei

Passeggi lunga la galleria del museo e un’opera attira la tua attenzione: leggi le note informative ma ne vuoi sapere ancora di più.. Non ti resta che tirare fuori il tuo smartphone, inquadrare l’opera in questione con la fotocamera e il gioco è fatto: immediatamente appariranno sul tuo telefono informazioni aggiuntive sull’opera, l’autore e il museo, nuove immagini, i commenti della community e la possibilità di condividere in modo creativo l’opera su Facebook, Twitter, email, ecc.

L’applicazione si chiama ArtClix, sviluppata dall’agenzia Second Story per l’High Museum of Art di Atlanta con l’obiettivo di consentire ai visitatori del museo di fruire in modo innovativo dei contenuti extra legati alle opere di Picasso, Matisse e Warhol. Certo, è una soluzione adottata già da moti musei (e da tanti brand) che sfruttano però quei codici bianconeri che avrete sicuramente visto in giro: i QR code.
In questo caso però non c’è nessun codice esposto, perché l’applicazione sfrutta un innovativo sistema di riconoscimento grafico, che potrà essere adattato e personalizzato a seconda delle esigenze del museo (nuove installazioni e nuove mostre).

L’applicazione ha vinto il premio “Mobile” all’ultima edizione di Museums and the Web 2012.  

Rimanendo in tema di gadget tecnologici, un grande (e avventuroso) investimento è stato fatto dal Louvre negli ultimi anni insieme a Nintendo: sviluppare cioè un’audioguida rivoluzionaria con mappe interattive e gallerie di immagini in alta definizione, sfruttando la consolle portatile 3DS. Il progetto, che ha avuto una gestazione di 2 anni, è stato lanciato proprio pochi mesi fa.

Sul sito della Nintendo c’è un articolo che presenta in dettaglio funzionalità e potenzialità di questa audio guida. Inoltre, è riportata la comunicazione di Hervé Barbaret, Amministratore generale del Louvre:

“Sono particolarmente soddisfatto della nuova forma che ha assunto oggi la nostra collaborazione con Nintendo, grazie alla nuova audioguida multimediale sulla console Nintendo 3DS. […] Pensiamo che Nintendo 3DS sia lo strumento ideale per raggiungere questo obiettivo. Nintendo ha contribuito con oltre 35 anni di esperienza nel settore dei videogiochi e lo sviluppo di console e siamo certi che la nuova audioguida costituirà un valido ausilio per tutti i visitatori del Louvre che desiderano vivere un’esperienza più dinamica e gratificante, in particolare coloro che non hanno molta dimestichezza con gli ambienti museali.”

Se nei prossimi messi siete diretti al Louvre, provate per noi la nuova audioguida e diteci come vi sembra!

April 27, 2012

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Arriva Google Drive

Il lancio di Google Drive è avvenuto puntualmente il 24 aprile e sul Web, invece che l’atteso entusiasmo, circolano le prime polemiche. A far discutere sono le norme di utilizzo e, in particolare, la possibilità che Google possa “ficcare il naso” nei documenti degli utenti. Il nuovo servizio del gigante californiano non è in realtà nulla di nuovo: si tratta di un sistema di archiviazione online (5 gigabyte di spazio gratuito) che somiglia al già conosciuto e diffusissimo Dropbox, che offre però solo 2 GB gratuitamente. In termini di capienza, però, Google non ha il record: a superarla è Microsoft, che ha proprio in questi giorni (un caso?) regalato ai suoi utenti SkyDrive un’espansione a ben 25 gigabyte. Le caratteristiche di base sono le stesse: usando un sistema di archiviazione online è possibile memorizzare documenti, musica, video e qualsiasi tipo di dati per potervi accedere in qualsiasi momento via Internet.

Il vero “valore aggiunto offerto da Google dovrebbe essere l’integrazione con Google Documenti, che permetterà di visualizzare ed elaborare i file senza lasciare l’ambiente Google. I due servizi infatti non coesisteranno, ma verranno fusi gradualmente per tutti gli utenti. Al momento, però, sono ancora pochissimi gli account Google Drive già attivi.
Google, in sostanza, continua con la sua strategia votata alla “cloud”, che dovrebbe sganciare gli utenti dai software installati sul sistema operativo sostituendoli completamente con servizi online. Per il momento, però, i tentativi in questa direzione non hanno riscosso un grande successo. Il motivo è ovvio: in assenza di una connessione a Internet, gli strumenti a disposizione permettono di fare poco o nulla. Il nuovo servizio introduce un’applicazione installata sul computer che porta qualche miglioramento: per esempio permette di lavorare in modalità offline, ma solo sui file memorizzati nel formato di Google Documenti. Se è necessaria una conversione, serve una connessione Internet attiva. L’app è disponibile per Windows, computer Apple e dispositivi Android, mentre per iPad e iPhone bisognerà ancora aspettare. Difficile, però, che gli utenti Apple preferiscano Google Drive al già disponibile iCloud offerto dalla casa della mela, che offre 5 gigabyte di spazio gratuito e una perfetta integrazione con i servizi Apple.

I veri limiti (e le prime critiche) del servizio, però, riguardano la questione della privacy. Anche Google Drive, infatti, è sottoposto ai nuovi termini di servizio che la società di Mountain View ha varato quasi due mesi fa. Le clausole relative alla gestione dei contenuti prevedono una “licenza mondiale” che permette a Google di fare praticamente qualsiasi cosa con i contenuti caricati dagli utenti. E se questo può andare più o meno bene per servizi “pubblici” come il social network Google+, le maglie incredibilmente larghe previste dalle norme sulla privacy applicate ai documenti archiviati diventano molto più preoccupanti. Confrontando le condizioni d’uso con quelle del servizio concorrente Dropbox, le differenze sono evidenti. Nelle condizioni di utilizzo di Dropbox è infatti esplicitamente esclusa la possibilità che il materiale sia utilizzato o condiviso con altri, eccezion fatta per l’ipotesi di una richiesta da parte delle forze dell’ordine o della magistratura.

Altro problema è quello della tutela del copyright. I sistemi di archiviazione online permettono infatti di condividere con chiunque i file caricati nei vari “drive” e rischiano di trasformarsi in un potentissimo strumento per la distribuzione di documenti, musica e video. Basta inviare un’email (o pubblicare sul Web) un collegamento perché chiunque possa scaricare i file. Nelle condizioni di utilizzo, Google afferma di “Fornire informazioni per aiutare i titolari di copyright a gestire la loro proprietà intellettuale online”. Non è chiaro se questo comporti un monitoraggio del materiale che verrà caricato su Google Drive o meno. I più pessimisti, però, temono che l’ipotesi sia tutt’altro che remota.

April 26, 2012

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pirata informatico e virus

Prima udienza per il processo che vede alla sbarra Anton Ivanov, il 26enne originario dell’Estonia accusato di una colossale frode sul Web. Ivanov è stato arrestato lo scorso novembre insieme ad altre 8 persone ed è accusato di aver infettato più di 4 milioni di computer con un virus. La copertura per l’attività illecita era la società estone Rove Digital, coinvolta in numerose indagini riguardanti il cyber crimine. Il metodo adottato dalla gang era geniale. Gli otto, sette estoni e un russo, sono per prima cosa entrati nel mercato pubblicitario su Internet, concludendo una serie di contratti per gestire la pubblicità su numerosi siti Web.

Il contratto prevedeva, come è usuale, che ricevessero un compenso per ogni clic o visualizzazione delle pubblicità gestite. Contemporaneamente la gang ha sviluppato un virus chiamato DNS Changer. Il trojan, diffuso su alcuni siti pornografici, veniva proposto come un software per visualizzare i video hard. In realtà, DNS Changer non permetteva di vedere alcun filmato, ma si preoccupava solamente di modificare le impostazioni di qualsiasi computer (Windows e Apple) cambiando le impostazioni ai server DNS usati per la navigazione sul Web. I serve DNS rappresentano, in pratica, una sorta di “elenco del telefono” per Internet. Quando un computer si collega a un sito Web, infatti, ha bisogno del relativo indirizzo IP.

Questi server si occupano di tradurre l’indirizzo (es. www.ilfattoquotidiano.it) nel relativo IP (es. 80.247.70.148), più o meno come un elenco telefonico fornisce il numero sulla base di nome e cognome. Sul computer, però, tutto questo accade “sotto il cofano” senza che chi lo utilizza si accorga di niente e la conversione avviene automaticamente ogni volta che viene digitato un indirizzo. Il virus sviluppato dalla banda faceva in modo che i computer infetti si collegassero a dei falsi server DNS, che dirottavano il traffico Web sulle pagine di cui gestivano la pubblicità. Per evitare che le vittime potessero rimuovere il virus, inoltre, i falsi server bloccavano il collegamento a tutti i siti di sicurezza informatica. Risultato: in poche settimane le statistiche sui siti Internet dei loro “clienti” sono schizzate alle stelle e gli otto cyber-criminali hanno incassato circa 14 milioni di dollari in proventi per l’attività pubblicitaria. Tutto questo fino alla fine dell’anno scorso, momento in cui alcuni tecnici della NASA si sono accorti della presenza del virus sui loro computer. Da lì è bastato poco perché l’FBI mettesse le mani sulla gang e ottenesse l’estradizione per Ivanov. Ora il processo, nel quale il giovane estone dovrà difendersi dall’accusa di aver messo in atto una delle più lucrose truffe informatiche della storia.

April 24, 2012

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frode sul Web

Prima udienza per il processo che vede alla sbarra Anton Ivanov, il 26enne originario dell’Estonia accusato di una colossale frode sul Web. Ivanov è stato arrestato lo scorso novembre insieme ad altre 8 persone ed è accusato di aver infettato più di 4 milioni di computer con un virus. La copertura per l’attività illecita era la società estone Rove Digital, coinvolta in numerose indagini riguardanti il cyber crimine. Il metodo adottato dalla gang era geniale. Gli otto, sette estoni e un russo, sono per prima cosa entrati nel mercato pubblicitario su Internet, concludendo una serie di contratti per gestire la pubblicità su numerosi siti Web.

Il contratto prevedeva, come è usuale, che ricevessero un compenso per ogni clic o visualizzazione delle pubblicità gestite. Contemporaneamente la gang ha sviluppato un virus chiamato DNS Changer. Il trojan, diffuso su alcuni siti pornografici, veniva proposto come un software per visualizzare i video hard. In realtà, DNS Changer non permetteva di vedere alcun filmato, ma si preoccupava solamente di modificare le impostazioni di qualsiasi computer (Windows e Apple) cambiando le impostazioni ai server DNS usati per la navigazione sul Web. I serve DNS rappresentano, in pratica, una sorta di “elenco del telefono” per Internet. Quando un computer si collega a un sito Web, infatti, ha bisogno del relativo indirizzo IP.

Questi server si occupano di tradurre l’indirizzo (es. www.ilfattoquotidiano.it) nel relativo IP (es. 80.247.70.148), più o meno come un elenco telefonico fornisce il numero sulla base di nome e cognome. Sul computer, però, tutto questo accade “sotto il cofano” senza che chi lo utilizza si accorga di niente e la conversione avviene automaticamente ogni volta che viene digitato un indirizzo. Il virus sviluppato dalla banda faceva in modo che i computer infetti si collegassero a dei falsi server DNS, che dirottavano il traffico Web sulle pagine di cui gestivano la pubblicità. Per evitare che le vittime potessero rimuovere il virus, inoltre, i falsi server bloccavano il collegamento a tutti i siti di sicurezza informatica. Risultato: in poche settimane le statistiche sui siti Internet dei loro “clienti” sono schizzate alle stelle e gli otto cyber-criminali hanno incassato circa 14 milioni di dollari in proventi per l’attività pubblicitaria. Tutto questo fino alla fine dell’anno scorso, momento in cui alcuni tecnici della NASA si sono accorti della presenza del virus sui loro computer. Da lì è bastato poco perché l’FBI mettesse le mani sulla gang e ottenesse l’estradizione per Ivanov. Ora il processo, nel quale il giovane estone dovrà difendersi dall’accusa di aver messo in atto una delle più lucrose truffe informatiche della storia.

riqualificare gli edifici abbandonati

April 23, 2012

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riqualificare gli edifici abbandonati

Mappare gli edifici abbandonati sparsi in Italia e nel resto del mondo attraverso un’applicazione web. Creare attorno a ognuno di essi una comunità virtuale che dia vita a un progetto di recupero. Cercare i finanziamenti necessari per la sua realizzazione. E’ l’obiettivo di Impossible living, una delle startup presenti al Fuorisalone di Milano. Un modo per dare vita a vecchi capannoni in disuso, uffici sfitti, ruderi. E fare business grazie a un’offerta di servizi che avvicinino potenziali investitori ai proprietari e agli studi di progettazione.

L’idea è venuta a novembre 2010 ad Andrea Sesta, 29 anni, e Daniela Galvani, classe 1981. Ingegnere con alle spalle tre anni da consulente in Vodafone, lui. Architetto che ha lavorato a Vienna su progetti di edilizia sostenibile, lei. Folgorati una sera da un video su YouTube in cui Domenico Figiguerra, sindaco di Cassinetta di Lugagnano (Milano), spiega il suo no a nuove costruzioni: “Stop al consumo di terrhanno deciso di mappare itorio – diceva – bisogna puntare tutto sul recupero del patrimonio esistente”. Andrea e Daniela decidono di approfondire il tema della riqualificazione edilizia. Lei ci mette le sue competenze in campo architettonico. Lui si concentra sull’approccio tecnologico: “Il web – racconta – è sempre stato la mia grande passione. Unito all’interesse per l’architettura”. Creano un blog, che poi diventa un sito con tanto di applicazione, ora disponibile anche su iPhone, con cui chiunque può segnalare su una mappa uno stabile abbandonato e allegare una sua foto. Nasce così un database che oggi conta più di 300 fabbricati, la maggior parte in Italia, anche se due bandierine spuntano negli Stati Uniti e una in Cina. “Il nostro obiettivo è diventare il punto di riferimento globale sul tema dell’abbandono”, spiega Andrea con una certa ambizione. “Uno dei prossimi passi è implementare le funzionalità wiki, in modo che le informazioni su un edificio possano essere modificate in modo collaborativo da tutti coloro che siano in possesso di nuovi dati”.

Ad Andrea e Daniela si è aggiunta da quattro mesi Roberta Barone, 31 anni e una laurea in Discipline economiche e sociali alla Bocconi, che potrà tornare utile per trasformare una buona idea in business. “Ho passato un periodo della mia vita in Olanda – spiega -. Lì mi ha colpito l’attività di aziende for profit che, attraverso il riutilizzo degli edifici abbandonati, creano valore per i proprietari, le comunità e le amministrazioni pubbliche”. Quando è venuta a conoscenza del progetto di Impossible living, ha lasciato il suo lavoro in una multinazionale americana che vende soluzioni per l’analisi dei dati finanziari. Le sue giornate adesso le passa davanti a fogli Excel per concludere un’analisi di mercato del settore immobiliare che sarà un punto di partenza per ideare nuovi servizi web da proporre ad agenzie, studi professionali e imprese edili.

Di Impossible living si è parlato in questi giorni al Fuorisalone di Milano, dove il progetto è stato presentato durante una serata al teatro Elf organizzata dall’associazione Kaloob per parlare di startup e nuove esperienze imprenditoriali. Nelle prossime settimane Andrea, Daniela e Roberta costituiranno una di quelle società a struttura semplificata introdotte dal governo Monti per consentire ai giovani con meno di 35 anni di mettersi insieme, anche con un solo euro di capitale. Ma cosa garantirà i guadagni? “La valorizzazione dei dati raccolti, per esempio – risponde Andrea -. Per questo monitoriamo il mondo degli open data. E siamo attenti ai social network, dai quali arriva un flusso enorme di informazioni che può essere utilizzato per una prima analisi del contesto urbano in cui si trovano le strutture inutilizzate”.

Informazioni e dati possono poi essere inseriti in schede associate ai singoli immobili e condivise dai membri di una comunità web interessata alla riqualificazione del fabbricato. A questo punto parte l’ideazione del progetto e la ricerca dei finanziamenti, che può avvenire attraverso il crowdfunding. Con i ragazzi di Impossibile living a fare da ‘facilitatori’ in tutte le fasi del recupero edilizio, fino all’ultimazione dei lavori.

Per il momento Andrea, Daniela e Roberta si autofinanziano. Ma nuovi capitali interessati alla loro idea potrebbero arrivare presto, in un Paese dove secondo le stime di Assoedilizia ci sono più di due milioni di edifici abbandonati. “Noi abbiamo iniziato a lavorarci più di un anno fa – conclude Daniela –. E ora, con la crisi, parlare di riqualificazione dell’esistente è sempre più di moda”.

Applicazioni ipad, iphone e i minori

April 19, 2012

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Applicazioni ipad, iphone e i minori

I dispositivi mobili Apple non rappresentano solo uno status symbol e un oggetto di culto per gli adulti. Nelle mani di un bambino si trasformano in accattivanti giocattoli. Prima di lasciare il nuovissimo tablet nelle mani di un ragazzino, però, è meglio pensarci due volte. Ne sanno qualcosa i furibondi genitori che hanno promosso una class action contro Apple e che ieri è stata dichiarata ammissibile da un giudice della Corte Federale statunitense. La causa raccoglie le denunce di numerosi consumatori infuriati per le spese legate agli acquisti operati da figli minorenni usando iPad e iPhone. Sul banco degli imputati c’è il sistema degli acquisti In-App, ovvero gli acquisti che possono essere effettuati direttamente dall’interno delle applicazioni installate sui dispositivi Apple che poi vengono addebitati sulla carta di credito collegata all’App Store.

Di solito, per comprare un’applicazione è necessario usare il negozio ufficiale di Apple e, per ogni acquisto, inserire una password. Nel caso in cui il dispositivo sia utilizzato da un bambino, questo sistema mette al sicuro i genitori dal rischio che possa effettuare spese senza il loro consenso. Con gli acquisti In-App, però, le cose cambiano. I videogiochi finiti sotto accusa sono i cosiddetti ‘freemium‘, applicazioni la cui installazione è gratuita ma che hanno un ‘negozio interno’ per ottenere aggiornamenti, livelli aggiuntivi e oggetti virtuali per cui bisogna sborsare denaro reale. L’acquisto avviene attraverso comandi interni e spesso vengono proposti nel corso del gioco. Visto che molte app di questo tipo sono dedicate esplicitamente ai bambini, non stupisce che i genitori abbiano finito per accusare Apple di aver deliberatamente utilizzato un sistema con cui è troppo facile indurre i piccoli consumatori a fare acquisti aggirando la sorveglianza di mamma e papà.

Il caso più eclatante citato nella causa è quello del gioco Villaggio dei Puffi, amatissimo dai bambini, che utilizza un sistema di crediti virtuali (le famose ‘puffbacche’) attraverso i quali è possibile avere dei vantaggi nel gioco o comprare nuovi oggetti per abbellire il villaggio. Per acquistare 50 bacche si spendono 3,99 euro. La cronaca recente riporta casi di bambini che hanno accumulato spese per centinaia (a volte migliaia) di euro all’insaputa dei genitori. Il caso non è isolato: i videogiochi dedicati ai più piccoli che utilizzano lo stesso stratagemma sono decine.

Ma come proteggersi dall’eventualità che il pargolo di casa dilapidi centinaia di euro in puffbacche o ciarpame simile? In realtà la stessa Apple ha già cercato di arginare il rischio modificando il sistema di acquisto interno alle applicazioni. Con l’introduzione della versione 4.3 del sistema operativo iOS, rilasciato nel marzo del 2011, la casa di Cupertino ha modificato la procedura in modo che venga richiesta la password anche quando l’acquisto viene effettuato all’interno di un’applicazione. Come impostazione predefinita, però, nei 15 minuti successivi a un acquisto è possibile effettuarne altri senza inserire la password. Un sistema più efficace per evitare guai è quello di impostare delle Restrizioni nell’uso di iPhone e iPad. La funzione è contenuta nella impostazioni generali e sfrutta un codice di 4 cifre che deve essere inserito per usare determinate funzioni tra cui appunto, gli acquisti In-App.

Microsoft , Bing e Facebook

April 15, 2012

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Microsoft , Bing e Facebook

Bing, il motore di ricerca targato Microsoft, potrebbe essere venduto a Facebook. La notizia, per ora non ancora confermata dai diretti interessati, arriva da un reporter del canale CNBC, secondo il quale l’azienda di Bill Gates vorrebbe cedere la sua creazione alla società di Mark Zuckerberg in cambio di un aumento nel capitale di Facebook.

In realtà la casa di Redmond possiede già l’1,6% delle azioni di Facebook, ma avrebbe intenzione di aumentare la partecipazione in concomitanza con la quotazione in borsa del social network. Un’ipotesi piuttosto credibile. In primo luogo perché Facebook non ha fatto mistero, nei giorni scorsi, di voler dotare il social network di un sistema di ricerca che permetta di fornire ai suoi utenti risultati “mirati” sulla base dei loro interessi. L’implementazione “da zero” di un sistema simile sarebbe costosissimo e richiederebbe tempi piuttosto lunghi. Acquisendo il team di sviluppo di Bing, invece, il gruppo che fa capo a Zuckerberg potrebbe sfruttare una piattaforma solida e già rodata.

Una cessione non sarebbe sgradita neanche a Microsoft, che sostiene il progetto Bing da qualche anno con l’obiettivo di contrastare il monopolio di Google nel campo delle ricerche su Internet. Dando un’occhiata ai risultati finanziari, però, si scopre che questa presenza ha un costo piuttosto elevato: la sezione di servizi online di Microsoft perde circa 2,5 miliardi di dollari all’anno e l’azienda potrebbe essere ben felice di liberarsene. Senza contare che l’ingresso in campo di Facebook potrebbe portare a ulteriori difficoltà in un settore in cui Google detiene ancora il 60% del mercato.

Un eventuale vendita di Bing a Facebook porterebbe a uno stravolgimento delle posizioni sulla scacchiera e avrebbe ripercussioni anche in altre vicende, come quella dei rapporti tra Facebook e Yahoo!. Le due società si stanno affrontando in tribunale a causa di una denuncia di Yahoo! per la violazione di brevetti presentata a metà dello scorso marzo. Dopo la contro-denuncia di Facebook, l’acquisizione di Bing potrebbe segnare il punto decisivo per Zuckerberg. Da qualche anno, infatti, Yahoo! ha abbandonato il proprio sistema di indicizzazione delle pagine web e per offrire i risultati di ricerca sulla sua pagina sfrutta proprio Bing. La società guidata da Scott Thompson si troverebbe quindi a dipendere, più o meno indirettamente, da Facebook. L’esito delle cause in corso, a quel punto, sarebbe scontato.

Usa, legge per controllare il Web

April 12, 2012

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Usa, legge per controllare il Web

Dopo Sopa e Pipa, un altro acronimo scuote Internet. Si chiama Cispa, acronimo di Cyber Intelligence Sharing and Protection Act, e dovrebbe sbarcare nel parlamento Usa dal 23 aprile. Il progetto di legge, presentato dal repubblicano Mike Rogers e dal democratico Dutch Ruppersberger, intende creare un sistema di sorveglianza che permetta di individuare e combattere le “minacce informatiche”. La legge coinvolgerebbe società private ed enti governativi americani, creando una sorta di banca dati con le informazioni utili per combattere i fenomeni di hacking e lo spionaggio industriale sul territorio statunitense. Tutto allo scopo di garantire la “sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America”.

Questo significa che fornitori di connessione a Internet, società informatiche (comprese per esempio Google e Facebook) ed enti governativi si troverebbero a scambiare dati e informazioni che “passano” per i loro sistemi. Stando alla prima descrizione, il progetto di legge sembrerebbe molto diverso dalle “leggi bavaglio” contro cui si è battuta la Rete nei mesi scorsi. La collaborazione in seno al Cispa sarebbe infatti volontaria e la legge prevede che le informazioni fornite non possano essere utilizzato per regolamentare l’utilizzo dei servizi.

Si tratterebbe, quindi, di un progetto per garantire la sicurezza del “sistema” Internet. Le cose, però, non sono così semplici. Secondo quanto riportato dalla Electronic Frontier Foundation, associazione che si batte per la difesa delle libertà civili su Internet, il testo della legge sarebbe così vago da lasciare spazio a pericolosi margini interpretativi. Il concetto di “intelligence” comprende qualsiasi informazione che intercetti “tentativi di disturbare, interrompere o distruggere” un sistema o una rete, ma anche “ furti o appropriazioni di informazioni private o governative, proprietà intellettuale o informazioni personali”.

Già il riferimento alla proprietà intellettuale è più che sufficiente per creare allarme in chi si è battuto contro i precedenti tentativi di ingabbiare Internet in funzione pro-copyright. Se si considera poi che queste informazioni riguarderebbero necessariamente l’attività sul web di milioni di utenti, il quadro è completo. A far storcere il naso agli attivisti per le libertà civili sono anche i (pochi) limiti posti all’attività degli enti federali nell’utilizzo dei dati raccolti. In primo luogo per quanto riguarda la privacy: il testo provvisorio della legge non prevede alcun obbligo di salvaguardia della riservatezza, e si limita a specificare che i dati “possono essere resi anonimi”. In secondo luogo perché gli obiettivi, finora, sono troppo generici. Considerata la tradizionale tendenza del governo americano a interpretare in maniera estensiva il concetto di “sicurezza nazionale”, le possibilità che un simile sistema si trasformi in una schedatura di massa degli utenti Internet è piuttosto concreta.

April 6, 2012

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i Politici

Vedo una vecchia signora, coi capelli ritinti, tutti unti non si sa di quale orribile manteca, e poi tutta goffamente imbellettata e parata d’abiti giovanili. Mi metto a ridere. Avverto che quella vecchia signora è il contrario di ciò che una vecchia rispettabile signora dovrebbe essere. Posso così, a prima giunta e superficialmente, arrestarmi a questa impressione comica. Il comico è appunto un avvertimento del contrario. Ma se ora interviene in me la riflessione, e mi suggerisce che quella vecchia signora non prova forse nessun piacere a pararsi così come un pappagallo, ma che forse ne soffre e lo fa soltanto perché pietosamente s’inganna che, parata così, nascondendo così le rughe e la canizie, riesca a trattenere a sé l’amore del marito molto più giovane di lei, ecco che io non posso più riderne come prima, perché appunto la riflessione, lavorando in me, mi ha fatto andar oltre a quel primo avvertimento, o piuttosto, più addentro: da quel primo avvertimento del contrario mi ha fatto passare a questo sentimento del contrario. Ed è tutta qui la differenza tra il comico e l’umoristico”. (Pirandello, L’umorismo, 1908)

La vecchia imbellettata, oggi, potrebbe essere rappresentata dai sempre più numerosi politici che si illudono basti una pagina Facebook o un profilo Twitter per essere al passo con i tempi e vicino ai cittadini.

Nell’ossessione di voler apparire, e apparire moderni, non mettono neppure nel dovuto conto che l’esposizione diretta ai frequentatori dei social network non è lontanamente paragonabile al rassicurante salotto televisivo dove le parti sono ben definite e se infortunio c’è è l’eccezione.
Qui, nel mondo nuovo di Internet, l’infortunio è la regola.
E così, accanto ad Alemanno che su Twitter solidarizza con Alfano, vittima di un profilo fake, senza neppure rendersi conto di scrivere al fake stesso di Alfano, troviamo Paniz che, dopo l’atto censorio verso il sito vajont.info, approva senza remore il post di un suo fan, che augura a Turi Vaccaro, il pacifico No Tav, di venire fulminato come Luca Abbà, salvo tentare poi disperatamente di rimediare all’imprudenza, cancellando il commento, ignaro che qualcuno, siamo in rete, ha già provveduto ad immortalare la sua leggerezza.

E, ancora, Cosentino, offeso, rimuove dagli amici chi ha pubblicato sul suo profilo un video con le parole di Paolo Borsellino e Alfano preclude la possibilità di commentare a chi gli rievoca momenti, della sua carriera o del suo partito, sui quali preferirebbe non ci si soffermi.

Politici dunque non molto diversi dalla vecchia signora in crisi di identità descritta da Pirandello. Non è questa una questione anagrafica, ma mentale: se per anni è stato loro permesso di rovesciare sulla tv generalista menzogne ad ogni ora del giorno, ora faticano a concepire un mezzo che li sottoponga alla verità, che permetta anche al cittadino di argomentare le critiche, di pubblicare, proprio in casa loro, quanto a loro spiace venga pubblicato.

E, come continuava Pirandello: “non ci fermiamo alle apparenze, ciò che inizialmente ci faceva ridere adesso ci farà tutt’al più sorridere”. La risata scaturita dall’incapacità nell’uso della rete, non può che terminare nel sorriso amaro al pensiero che i nostri politici, non essendo in grado di rapportarsi con i cittadini, non possono, a maggior ragione, essere in grado di farlo attraverso i social network.

Insomma, pur con l’ausilio artificioso di mi piace e followers, rimangono inebetiti e in affanno davanti alla potenza dirompente della partecipazione virtuale, ma diretta, che non fa sconti.

Inadeguati e insofferenti alla democrazia, in rete come nel mondo reale.

March 31, 2012

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Essere connessi

Ieri Ilvo Diamanti ha pubblicato un pezzo su Repubblica che non mi trova d’accordo. Diamanti, con analisi spietata e con un crescendo linguistico sincopato, descrive l’utilizzo ormai costante di smartphone, tablet, pc e dispositivi digitali come una vera e propria deriva. La conclusione di Diamanti è che oggi ci sono “persone di ogni generazione che sono espressione di una società autistica (con grande rispetto per gli “autistici” veri)”.

La tesi di Diamanti viene argomentata da ciò che si vede per strada, in ufficio, persino a casa. Così afferma: “Dovunque, intorno a noi, persone che parlano da sole. Con gli auricolari o i dispositivi blue tooth alle orecchie. Camminano. In centro o in periferia, per strada o in ufficio. Oppure se ne stanno a casa loro. Isolate dal resto della famiglia. Unite ad altre persone dal portatile. Dallo smartphone. Parlano oppure diteggiano. Mandano sms. Da qualche tempo, sempre più spesso, sempre più numerosi: tweettano”.

Tesi estrema e a mio avviso non condivisibile, nonostante i numeri descrivano un Paese iperconnesso: come ha evidenziato pochi giorni fa l’osservatorio “New Media” del Politecnico di Milano sono 21 milioni gli italiani che possiedono almeno uno smartphone mentre 24 milioni hanno profili e account sui social network, 1,5 milioni hanno un tablet e oltre 500 milioni di apps sono scaricate.

Però c’è da dire che grazie alla connettività sempre-e-ovunque oggi lavoriamo meglio con la rete, entriamo in relazione con comunità di individui anche geograficamente molto lontani, condividendo progetti e opportunità di lavoro. In questo blog ci occupiamo dei wwworkers, ovvero dei nuovi lavoratori della rete, ed è innegabile constatare come grazie alle nuove tecnologie si stia cercando di proporre (a fatica) un nuovo modo di vedere il lavoro, anche in rete.

E allora possiamo davvero pensare di considerare la nostra società più autistica perché più connessa o espressione di una “community individualizzata”, come è stata definita da Diamanti? Ogni eccesso dovrebbe essere sanzionabile, ma oggi più che mai al nostro Paese digitalmente arretrato su diversi fronti (non solo tecnologici), tutto occorrerebbe fuorchè una censura della rete e della (iper)connettività.

Internet, Eurostat: italiani e informatica

March 30, 2012

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Internet, Eurostat: italiani e informatica

Nell’era di Internet e del digitale, poco più di un italiano su cento si laurea in scienze informatiche. Almeno secondo Eurostat, l’Ufficio statistico dell’Unione europea. I dati si riferiscono al 2009 e vedono solo l’1,3% dei laureati italiani conseguire un titolo in informatica. Peggio di noi soltanto la Romania (0,9%), mentre la media nell’Ue si attesta al 3,4%. Mezza consolazione, ma davvero poco gaudio, è data dal fatto che le statistiche mostrano una generale tendenza al ribasso nel numero degli informatici in tutta Europa. Ma come sempre, non mancano le eccezioni (Malta + 3,7, Austria + 1,8).

La fotografia arriva il primo giorno della settimana europea delle “e-skills”, ovvero le capacità informatiche ed elettroniche, in corso fino al 30 marzo. Sì perché nel XXI millennio tecnologie e produzione vanno di pari passo, così come informazione ed entertainment. Lo sa bene l’Unione europea, che ha promosso a questo proposito la European e-Skills Week 2012. Si tratta di una campagna internazionale che si propone l’ambizioso obiettivo di insegnare alle persone come trovare lavoro grazie alle abilità informatiche nell’era digitale. Insomma, oro colato in tempi di crisi economica e disoccupazione galoppante. Per questo la Commissione europea collabora con Digital Europe e l’European Schoolnet, proprio perché informatica, oggi come oggi, vuol dire lavoro.

Eppure l’Italia, uno dei quattro Paesi europei del G8, quindi in teoria più industrializzati, ha una delle percentuali più basse dei laureati nel settore, appena l’1,3 per cento, contro una media europea del 3,4. Se prendiamo gli altri tre Paesi del G8, abbiamo Francia e Gran Bretagna al 4 per cento e Germania al 3,6. Per trovare percentuali più simili alle nostre dobbiamo guardare a Romania (0,9) e Portogallo (1,7). Già la Bulgaria inizia ad allontanarsi troppo, con un tondo 2 per cento.

Ma è davvero possibile che in Italia gli studenti siano così refrattari all’uso del computer? Per capire meglio la situazione, meglio allargare il cerchio agli utenti generali del personal computer. Sempre secondo dati Eurostat, in Italia il 61 per cento delle persone tra i 16 e i 74 anni hanno usato almeno una volta un pc. La percentuale sale al 90 per cento se consideriamo la fascia più stretta 16-24. Ma attenzione, ogni dato va contestualizzato e confrontato. In entrambi i casi, infatti ci troviamo sotto la media europea, che si attesta al 78 per cento (16-74) e 96 per cento (16-24). E parliamo di una media, perché se prendiamo la Germania (89 e 99 per cento), la Svezia (96 e 100) o la Danimarca (94 e 99) il confronto appare subito spietato.

Se andiamo poi più nel dettaglio delle operazioni informatiche, anche le più elementari come copiare o spostare un file o una cartella, la situazione di certo non migliora, e restiamo sotto la media europea per tutte le operazioni e tutte le fasce d’età. Anche tra i ‘junior”, ovvero i giovanissimi in teoria cresciuti a pane e computer, solo il 50 per cento sa creare una semplice presentazione elettronica Power Point, contro l’88 per cento dei giovani danesi. E dire che “informatica” era proprio una delle famose “tre I” della rivoluzione educativa dei governi Berlusconi.

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