democrazia presidenziale
Democrazia presidenziale e anarchia parlamentare.
Da noi si discute con molta renitenza se dare più poteri al premier, intanto si ammira la nomina di Obama e ci si attende da lui il capovolgimento del mondo.
Diciamo pure che nessuno in Italia avrebbe il coraggio di dare al capo del governo un’ampiezza di poteri come ha quello degli Stati Uniti e ciò dimostra quanto il nostro sia un Paese politicamente fragile che non concepisce la concentrazione in una sola persona di tanto spazio decisionale, impaurito da fantasmi del passato che non possono ritornare nell’attuale contesto.
La nostra democrazia, indubbia quanto timorosa, è vischiosamente basata su pesi e contrappesi che spesso si annullano a vicenda e accrescono il rischio della ingovernabilità perché si teme che chi vuol raggiungere il potere abbia lo scopo di volersene approfittare. In America ciò non avviene. Chi ha il potere lo deve usare e non si parte già con l’idea subdola che debba necessariamente abusare o che intenda stravolgere in dittatura il suo incarico.
Fu Hamilton ad affermare la grande verità che l’energia dell’esecutivo è una caratteristica primaria di ogni buon governo e in questo gli americani credono, al di là dell’appartenenza a un partito.
Non solo all’epoca di Nixon si fece avanti qualche voce di dissenso sul potere del Presidente, ma non ebbero mai un gran seguito e ancora oggi la sua forza presidenziale è tale che può governare anche in presenza di un Congresso a maggioranza avversa. Infatti la sua responsabilità è non è tanto verso le assemblee legislative, quanto nei confronti del popolo americano che gli ha dato una fiducia sostanzialmente mai tradita.
Fu James Bryce ad osservare che alcuni presidenti sono stati brillanti, altri meno, alcuni hanno avuto delle incertezze morali, ma nessuno mai è stato spregevole o infedele al proprio mandato. E’ stato usato a volte anche l’impeachement, peraltro sempre senza successo considerata l’ assoluzione degli imputati, come accadde nei confronti di Andrew Johnson nel 1868 e nei confronti di Bill Clinton nel 1999, senza mai demolìre il baluardo istituzionale della figura del premier che anche nei momenti di massima gravità deve personalmente decidere sulle sorti dello Stato e a volte anche del mondo.
Tutti sappiamo che il presidente Nixon diede un colpo pesante alla presidenza ma non riuscì nemmeno lui a scalfire questa fiducia istituzionale che gli americani hanno nel loro presidente che può essere più o meno ammirato, condiviso o stimato, ma sempre a livello personale, mai istituzionale e la grande fiducia in Obama ne è la prova. I più maliziosi pensano che il presidente stia sempre a galla perché dispone di un consistente apparato di uomini che gli raddrizzano o gli nascondono gli errori. In parte può anche essere vero, ma questo non toglie nulla al principio che nei momenti di necessità deve esserci chi decide con rapidità e responsabilità. Demandare certe decisioni a un’assemblea, specialmente se rissosa, significa evitare o dribblare ogni decisione per produrre solo parole. Se poi le decisioni sono di fatto demandate non tanto al Parlamento ma ai sottostanti partiti, allora abbiamo il caso dell’Italia e della sua ingovernabilità sostanzialmente inconcludente.
AngeloRossi
BalillaPerasso@gmail.com
Milano, 29 genn. 2009
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