March 22, 2012

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Esodati

Durante il convegno organizzato da Il Sole 24 ore Lunedì 19 Marzo, sul tema “Tuttopensioni”, il Ministro Fornero, in collegamento video dal suo ufficio di Roma, ha tra le altre cose espresso alcuni pensieri circa la situazione dei così detti esodati (disoccupati a seguito di licenziamento) che la sua pregiata riforma ha messo nelle condizioni di non poter accedere al trattamento previdenziale come avevano creduto di potere fare all’atto del licenziamento.

La teoria di Fornero è che, pur comprendendo l’ansia e i disagi (insufficiente metafora di ciò che sono tragedie) di questi cittadini, le risorse originariamente destinate alla salvaguardia di circa 65.000 persone (con annesse famiglie) non sono sufficienti a coprire le necessità che si stanno accertando essere vicine alle 200.000 e che pertanto, agendo con equità (parola che Fornero e Monti citano spesso nelle analisi teoriche ma che faticano a mettere in pratica) si dovrà chiedere a chi ha di più di pazientare un po’.

Lascio a futuri approfondimenti l’analisi della recessività insita in questa posizione e delle possibili alternative non recessive, ma il punto realmente drammatico è un altro.

Infatti la frase è apparsa una bomba gettata contro le speranze degli esodati e suona anche un po’ irridente nei confronti del Parlamento che aveva allargato con emendamenti la platea di coloro che avrebbero dovuto accedere alle deroghe; in mancanza dello stanziamento delle risorse sembrerebbe infatti che il Parlamento avesse lavorato non per salvaguardare più persone ma per allargare il numero di coloro che avrebbero partecipato a un cinico processo di inclusioni ed esclusioni.

Ho sostenuto sin dal primo giorno che l’unica via d’uscita civile dal problema potesse essere quella di definire chiaramente senza esitazioni, che tutti coloro che dallo stato di disoccupazione accertata prima dell’entrata in vigore della nuova legge potessero accedere alla pensione avrebbero potuto farlo con le vecchie regole, ciò per tenere conto con buon senso, che le eccezioni andavano ad applicarsi a persone in oggettivo stato di debolezza, questo non sembra essere il pensiero del Governo che, con un occhio esclusivo ai parametri economici (alcuni) non riesce a comprendere che i problemi sociali ed esistenziali devono avere la stessa dignità nei processi decisionali.

Al Ministro è stata inviata, con copia al presidente della repubblica, ai media, alle organizzazioni sindacali e ad alcuni politici, una lunga lettera (clicca qui per leggere la lettera) che sviluppa ulteriormente e meglio gli argomenti qui riportati per chi vuole approfondire, confidando che un po’ di struzzi tolgano la testa dalla sabbia e che si comprenda come le risorse per la soluzione di questo problema vadano trovate o con diversi tagli di spesa o rinunciando a una parte (marginale, in fondo) dei grassi risparmi derivanti dalle numerose e successive riforme della previdenza.

Un’occasione per definire se siamo ancora una società oppure no

March 21, 2012

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Le raccomandazioni per trovare lavoro

Come trovano lavoro gli italiani? Cresce il ruolo delle agenzie private per il lavoro, in particolare per i giovani e resta costante quello dei Centri per l’impiego. Fermo il canale dei concorsi pubblici. L’intermediazione informale ha invece raggiunto livelli molto alti. E con aspettative economiche negative, si corre il rischio di chiudersi ancora di più a riccio, in una sorta di protezionismo familiare, che potrebbe contrarre ulteriormente i volumi economici e le occasioni lavorative, innescando una spirale negativa.
di Emiliano Mandrone 20.03.2012, lavoce.info

Con la fine dell’era “del posto fisso”, ribadita anche dall’attuale governo, la ricerca di lavoro sembra destinata a diventare una compagna di strada per tutta la vita attiva degli individui e pertanto il ruolo dell’intermediazione riveste particolare rilievo. (1)

Chi trova lavoro agli italiani
È illuminante vedere come hanno trovato lavoro gli italiani. Osserviamo (tabella 1) questi fenomeni attraverso i risultati dell’indagine Isfol Plus del 2010. (2)
Cresce il ruolo delle agenzie private per il lavoro (soprattutto per i giovani) e rimane costante l’entità dell’intermediazione diretta dei Centri per l’impiego (crescente, in accordo con la riforma, l’attività indiretta e la funzione amministrativa, si pensi alla certificazione per la disoccupazione ). Il 17,7 per cento dei match (il 24 per cento per i giovani) avviene su iniziative di promozione personale (le cosiddette auto-candidature) presso i datori di lavoro.
Il canale concorsi pubblici si è inaridito nel tempo a causa sia del blocco delle assunzioni che della riduzione del perimetro della Pa. Si è passato dal troppo di ieri (1 su 3, prima del 1997) al troppo poco di oggi (neanche il 6 per cento dopo il 2003); esponendoci, in assenza di un adeguato turn-over, al rischio di comportamenti opportunistici da parte della componente più anziana della popolazione. (3)

Si può notare come l’espansione nel tempo (figura1) dell’intermediazione informale (i cosiddetti “amici, parenti e conoscenti”) abbia quasi dimezzato le opportunità che transitano realmente sul mercato. Livelli di intermediazione informale così alti – anche tra le posizioni lavorative elevate – rappresentano una implicita  selezione avversa rispetto ai talenti e al merito. C’è stato un concorso di colpa: l’immagine caricaturale della raccomandazione ha sovente suscitato nel nostro Paese sentimenti più di invidia che di indignazione, ottenendo come risultato di inibire gli strumenti di emancipazione, frenare la mobilità sociale, aumentare il mismatch nel mercato e l’inefficienza del sistema. (4) A tal proposito, recente è l’outing del primo ministro inglese David Cameron circa l’uso disinvolto della raccomandazione anche in Gran Bretagna, creando non pochi malumori in un paese (dichiaratamente) votato al merito. (5) Ma non sempre la “rete di conoscenti” conduce a buone occupazioni. (6)

La combinazione di queste tendenze, insieme a una bassa domanda di lavoro qualificato alimentano l’effetto razionamento riguardante le occupazioni di qualità e crea gravi effetti collaterali, quali l’entrata tardiva dei giovani nel mercato del lavoro, la fuga dei cervelli e la scarsa mobilità sociale. (7) Preoccupa, in definitiva, la crescita delle rendite d’appartenenza alla famiglia, al territorio o a una generazione.
Appare singolare la differente indignazione che l’ereditarietà suscita in politica e in economia. Inammissibile appare una trasmissione ereditaria del potere politico, di padre in figlio, di stampo aristocratico. Molto più tollerata è invece l’ereditarietà dei beni economici, del potere industriale, del patrimonio immobiliare. Se la prima non è più una minaccia, la seconda è un problema crescente, non nuovo, al quale la progressività del fisco, le imposte dirette e la tassa di successione ponevano un piccolo limite, svolgendo una rigenerante azione redistributiva. (8)
Con aspettative economiche negative, si corre il rischio di chiudersi ancora di più a riccio, in una sorta di protezionismo familiare, che potrebbe contrarre ulteriormente i volumi economici e le occasioni lavorative, innescando una spirale negativa. Si deve invertire la rotta e smetterla di sostenere ancora questo egoistico laissez-faire, magari aumentando le occasioni palesi di selezione, alimentando una domanda di lavoro qualificata, sostenendo l’internazionalizzazione e la crescita della dimensione media delle nostre imprese, aprendo una nuovo stagione di politiche industriali e, infine, garantendo il credito alle – buone – idee. (9)

(1) Si veda E.Mandrone, “La ricerca di Lavoro in Italia”, Politica Economica, 1/2011.
(2)
L’indagine è nel Psn dal 2006, è rappresentativa della popolazione tra i 18 e i 64 anni, non ha interviste proxy, ha un campione di 40mila individui e ha una vasta componente longitudinale  Per richiedere i dati:plus@isfol.it.
(3) Il blocco delle assunzioni è una soluzione ipocrita. Bisogna salvaguardare la Pa da alcuni che sono già “dentro e in alto” piuttosto che da chi è “fuori e in basso”. Il discredito dell’istituto concorsuale è dovuto al fatto che la selezione non ha premiato i migliori, poiché chi ha esaminato si è prestato sovente ad accomodamenti. Loro andrebbero bloccati.
(4) Un contributo recente è E. Mandrone, “La mobilità sociale”, Osservatorio Isfol, n. 2 del 2011, su www.isfol.it.
(5) “Un aiutino? È pratica che non disdegno. L’ho sempre fatto e continuerò a farlo”. David Cameron, primo ministro del Regno Unito, si schiera a difesa della raccomandazione. “Un aiuto, grazie a buoni contatti, per farsi largo nella vita, o almeno per muovere i primi passi nel mondo del lavoro” Cameron ha ammesso di averlo ricevuto lui stesso, grazie alle conoscenze di suo padre, celebre agente di Borsa. (…) La raccomandazione non è solo un’intramontabile abitudine sudista. Curiosa confessione in un mondo che s’è sempre trincerato dietro lo slogan dell’equità, anzi delle pari opportunità per tutti. Ancor più curiosa, perché giunge dal premier prodotto dell’upper class britannica, svezzato ad Eton, formato a Oxford, dove il network di amicizie è solida garanzia di successo. Da Il Sole-24Ore del 24/4/2011.
(6) Si vedano i lavori di Pistaferri (1999), Pellizzari (2005) e Meliciani e Radicchia (2008). Quando si accede a un posto di lavoro per segnalazione diventa poi difficile affermarsi o far carriera secondo logiche di mercato. Si pensi all’edilizia o al commercio, in cui molti lavorano in aziende familiari: le rivendicazioni salariali o la sicurezza diventano difficili da esigere in un contesto promiscuo in cui la famiglia, il datore, il lavoro e i colleghi sono un tutt’uno.
(7)
Per chi vuol leggere il lavoro completo si veda: E.Mandrone, D. Radicchia, “La ricerca di lavoro: i canali di intermediazione e i Centri per l’Impiego”, Studi Isfol, n. 2 del 2011, su www.isfol.it.
(8) Luigi Einaudi, nel solco della tradizione agraria, suggerì una corroborante messa a maggese dei ruoli sociali.
(9)
Attenzione: non si intende in alcun modo suggerire di consegnare le piccole e medie imprese – e gli uomini e le donne che vi lavorano sul territorio – alla grande distribuzione o ad anonime multinazionali. Al contrario si ritiene opportuna una maggiore cura di quel valore, non solo economico, che rappresentano. Una attenzione che deve salvaguardare e valorizzare le differenze – il nostro vero patrimonio – in termini cooperativi o consortili.

March 19, 2012

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l’Italia in crisi

Peggio del ’29. L’epitaffio si trova scritto nell’ultimo rapporto del Centro Studi di Confindustria in cui si evidenzia come la nostra economia stia soffrendo addirittura di più di quanto accaduto durante la Grande Depressione. Tra il 1929 e il 1935 il prodotto interno lordo del nostro paese subì infatti una flessione di circa il 5%. Dal 2007 ad oggi l’arretramento è stato invece del 6%. Si tratta per di più di una peculiarità tutta italiana perché nel resto del mondo è invece accaduto esattamente l’opposto. Se infatti nella prima metà degli anni Trenta l’economia mondiale registrò una contrazione del 6%, nei 5 anni appena trascorsi il Pil è cresciuto a livello globale di quasi il 25%.

Il rapporto fornisce un’analisi dettagliata e ricca di cifre sul malessere della nostra economia. L’Italia inizia la sua lunga frenata già nella seconda metà degli anni 90 ma negli ultimi 10 anni il rallentamento si fa più intenso e il distacco rispetto agli altri paesi aumenta. Tra il 2000 e il 2010 il Pil pro capite italiano, ossia la ricchezza prodotta da ogni abitante, diminuisce del 2,3% mentre in paesi come Germania, Gran Bretagna e Svezia cresce di oltre il 10%, in Spagna del 7 e in Francia del 5%. Nella classifica delle economie mondiali l’Italia è così scivolata dall’ottavo posto che ricopriva nel 2000 al decimo attuale, con la prospettiva di perdere un’altra posizione prima del 2016.

Secondo il Csc i semi della bassa crescita sono stati piantati a partire dagli anni 70. In particolare l’esplosione del debito pubblico o l’ impennata del numero di dipendenti pubblici (+ 34,5% negli anni Settanta e + 15% negli anni Ottanta) senza un miglioramento della qualità dei servizi hanno avuto l’effetto di deteriorare l’ambiente in cui imprese e lavoratori si trovano ad operare. Da qui la progressiva perdita di competitività che vede l’Italia perdere dieci posizione nella classifica dei paesi più competitivi,scendendo tra il 1992 e il 2011 dal 27 esimo al 37 esimo posto.

Ce n’è insomma a sufficienza per deprimersi o, peggio, rassegnarsi a un destino di progressivo declino. Il rapporto prova tuttavia a ribaltare le debolezze in punti di forza. Crisi e perdita di ricchezza possono fornire il propellente per le realizzazione di quelle riforme di cui si discute infruttuosamente da almeno un decennio. Meglio se realizzate con il modello “big bang”, ossia tutte insieme, in modo che nessun gruppo di interesse venga privilegiato e ciascuno compensi i costi sostenuti con i vantaggi ricevuti dagli altri campi. La ricompensa finale è indicata nero su bianco: lasciando le cose come stanno nel 2030 il pil per abitante sarà superiore a quello attuale di 2760 euro l’anno mentre con l’avvio di una seria ed ampia azione riformatrice l’incremento triplicherebbe raggiungendo i 11.160 euro.

March 18, 2012

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suicidi per crisi

Fabio Canessa, una delle non rare intelligenze che arricchiscono la provincia italiana e preferiscono starsene acquattate, uomo che a una vastissima e trasversale cultura unisce uno straordinario brio espositivo (in un seminario organizzato qualche anno fa da Filippo Martinez a Oristano, cui partecipavano, fra gli altri, Giulio Giorello, Barbara Alberti, Vittorio Sgarbi, la sua ‘lectio magistralis ‘ sulla lingua latina, che non è materia che si presti, fu ritenuta la più brillante), professore di liceo a Piombino, ha fatto leggere ai suoi studenti del penultimo anno il mio pezzo “Psicofarmaco della Modernità” pubblicato sul Fatto del 6 marzo e con loro lo ha discusso.

I ragazzi sono stati particolarmente colpiti dall’escalation dei suicidi dall’Europa preindustriale a oggi: 2, 5 per centomila abitanti a metà del Seicento, 6, 8 nel 1850, 20 per centomila oggi (questa è la sequenza corretta, io, citando a memoria, ne davo una leggermente diversa e comunque più sfavorevole alla mia tesi: 2, 5-6, 8-20). Qualche lettore del Fatto, dubbioso, ha obiettato: “Ma come si fa a fare statistiche attendibili per il ‘ 600?”. Ora, nel ‘ 600 nasce in Europa la scienza moderna, con Tycho Brahe, Galileo, Keplero, Cartesio, Huygens. Sono per lo più astronomi e matematici, ma ci sono anche i primi cultori di statistica.

Il più importante fu, forse, Gregory King che si occupò di alimentazione, di composizione della famiglia e di redditi (da cui si ricava che le distanze fra i redditi da allora a oggi, epoca dell’uguaglianza, non sono affatto diminuite, ma di gran lunga aumentate). John Graunt studiò invece la mortalità e quindi anche i suicidi e ne diede conto nel suo volume Natural and political observations upon the Bills of Mortality, del 1662. Graunt prese per campione 400 mila abitanti di Londra nel ventennio 1640-1660. Le fonti sono gli archivi parrocchiali. Il risultato dà, appunto, 2, 5 suicidi per 100 mila abitanti. Indubbiamente è un po ‘ azzardato prendere la sola Londra come rappresentativa dell’intera Europa. Ma è molto probabile che il dato pecchi per eccesso. La popolazione preindustriale era per i 4 / 5 rurale.

Londra era già una metropoli ed è noto dal classico studio di Durkheim che l’urbanizzazione è uno dei più importanti fattori che determinano il livello dei suicidi. Se si va a spulciare gli archivi di qualche villaggio di campagna, per esempio Ashton-under-Lyne, sempre nel ‘ 600, si vede che “parecchi decenni trascorrono con un solo suicidio o addirittura nessuno” (P. Laslett, “Il mondo che abbiamo perduto”). In ogni caso le statistiche che vanno dal 1850 ad oggi, che sono fatte con metodi di indagine moderni e coprono tutta l’Europa, confermano in qualche modo il dato precedente e dicono che in 150 anni i suicidi sono triplicati e vanno di pari passo col Progresso.

Negli organizzatissimi Paesi scandinavi i suicidi sono molto più numerosi che nel meridione d’Europa, così come quelli nel Nord Italia sono quasi il triplo del più povero Sud (qualche anno fa i picchi maggiori si registravano nell’opulenta Emilia, per l’oggi non sono documentato). Nella Cina del boom economico il suicidio è diventato la prima causa di morte fra i giovani e la terza fra gli adulti. Insomma il Progresso fa male. Questa è la dura sentenza che non si vuole ascoltare. E per quanti dati tu porti (altri se ne potrebbero fornire per le malattie mentali) i ciechi epigoni dell’Illuminismo trovano sempre il modo di non tenerne conto. E quando sono proprio a corto di argomenti allora, come scrive Ceronetti, saltano in piedi e con gli occhi pieni di sangue illuminista gridano: “Comunque indietro non si torna!”. Bravi, è proprio questo il nostro dramma.

March 17, 2012

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debiti derivati dll’italia

Nel mese di gennaio lo Stato italiano avrebbe versato 3,4 miliardi di dollari nelle casse della banca d’affari Usa Morgan Stanley per chiudere i contratti in essere sul mercato dei derivati. Sottoscritti a partire dagli anni ’90, questi contratti avrebbero dovuto tutelare il debito italiano dalle oscillazioni dei tassi di interesse ma, in definitiva, si sarebbero rivelati inutili e controproducenti generando negli anni una perdita da 31 miliardi. Lo riferisce oggi l’agenzia Bloomberg. Né il ministero del Tesoro né Morgan Stanley hanno rilasciato dichiarazioni ufficiali.

La cifra appare impressionante. Come rileva Bloomberg i 3,4 miliardi di spesa equivalgono alla metà circa dell’aumento dell’Iva di quest’anno. Come a dire che volenti o nolenti i contribuenti italiani hanno versato in anticipo nelle tasche dell’istituto Usa la metà dell’incremento della loro principale imposta indiretta. Per quanto facilmente soggetta a critiche, la scelta di sborsare una simile cifra per chiudere i contratti potrebbe essere stata a dir poco obbligata. Nell’ultimo trimestre 2011, infatti, questi contratti avrebbero generato un profitto di 600 milioni per Morgan Stanley (ovvero una perdita equivalente per l’Italia). Secondo Bloomberg, I cinque principali operatori del mercato dei derivati, Goldman Sachs, Morgan Stanley, Bank of America, Citigroup e JPMorgan, sono esposte per questo genere di contratti sull’Italia per 19,5 miliardi di dollari.

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March 14, 2012

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Il default della grecia

L’atteggiamento della stampa internazionale sulla Grecia è imbarazzante: la più grande “ristrutturazione del debito” nella storia, pari a circa cinque volte il default argentino (fonte Il Sole24Ore) e i giornali che fanno? Titolano: la Grecia è salva, default scongiurato (o varianti sul tema).

Ora, perché mai quello argentino fosse un fallimento e quello greco no, è un mistero che solamente la lobby europea dei governi “tecnici” – insieme a quella dei giornali entusiasti degli stessi “tecnici” – potrà chiarire. Anche perché Moody’s, una delle temutissime agenzie di rating, ha detto chiaramente che quello greco è un fallimento (e non è che le agenzie di rating si debbano riprendere solo quando occorre far terrorismo psicologico per far accettare le misure lacrime e sangue); non solo: il fatto che siano scattati anche i Credit default swap (ovvero una sorta di “assicurazione”, o se preferite di titolo speculativo pagabile solamente in caso di “default”, appunto) non fa che dimostrare la tesi di Moody’s: la Grecia ha dichiarato fallimento.

La si metta come si vuole, si giochi pure con le parole. Il punto è che se un debitore riduce unilateralmente il proprio debito nei confronti dei creditori (sì, certo, c’è stata l’adesione “volontaria” dei privati, e poi per la quota non raggiunta sono scattate le Cac – Clausole di Adesione Collettiva (*) – che costringeranno anche chi non ha aderito “volontariamente” ad accettare di dimezzare i propri crediti), si sta evidentemente dichiarando insolvente. Sta dichiarando fallimento.

La Grecia ha fatto default, anche se non si può dire. Perché? Ma perché è necessario che l’immagine del governo tecnico resti immacolata. E’ necessario non “spaventare” i cittadini europei. E poi far credere che ora sia tutto a posto: i privati riceveranno un po’ meno dal Governo greco per le loro obbligazioni (la metà, a dire il vero) a breve, medio e lungo termine e nel frattempo l’Eurogruppo farà arrivare nelle casse greche altri 130 miliardi di euro, dopo i 110 concessi due anni fa.

Insomma, si salva il debitore che non ha potuto pagare prestandogli altri soldi.

Un po’ come quelle subdole finanziarie che prestano i soldi anche ai cattivi pagatori già protestati, che entrano in un circolo vizioso che finirà per strozzarli. Con meccanismi simili, «le banche», scrive Zygmunt Bauman in Vite che non possiamo permetterci, «hanno ottenuto quello che volevano: una razza di eterni debitori che vive in una condizione di «indebitaento» che si autoperpetua e che solo chiedendo altri prestiti può realisticamente (ma temporaneamente) ottenere una sospensione della pena».

La Grecia sembra essere proprio nella stessa situazione. E non ha potuto nemmeno dichiarare il proprio fallimento e provare a ripartire, come fece l’Argentina.

(*) Da LaVoce.info: «una curiosità: nelle stesse ore in cui si negoziava il “coinvolgimento del settore privato”, la Bce faceva una operazione, concordata con il governo greco, grazie alla quale i titoli in suo possesso venivano sostituiti con altri titoli immuni da eventuali Cac».

Nuova Imu

March 13, 2012

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Nuova Imu

“Aumenta l’Iva nazionale, aumentano le addizionali locali di Irpef e Imu, insomma, si punta sempre sulle imposte indirette, come a dire che si colpisce sempre dalla stessa parte”. Nel giorno in cui i dati Istat certificano la “recessione tecnica”, il presidente di Federconsumatori Gianmario Mocera denuncia che le politiche fiscali rendono impossibile il rilancio di industria e commercio. Cifre alla mano, in effetti, si scopre che l’accoppiata Imu-Irpef porta con sé rincari da record. Per le famiglie, ma soprattutto per le imprese.

RECESSIONE TECNICA – I dati di oggi dicono che nel quarto trimestre del 2011 l’export è rimasto al palo, gli investimenti fissi lordi sono scesi del 2,4%, i consumi finali nazionali dello 0,7%. La spesa delle famiglie residenti è in calo dello 0,7% e quella della Pubblica amministrazione delle Istituzioni Sociali Private dello 0,6%. Risultato: il Pil è calato dello 0,7% dopo lo 0,2 che aveva segnato il decremento del terzo trimestre. E due “quarti” consecutivi di contrazione, si sa, significano recessione tecnica. Il guaio, però, è che il 2012 non porterà sollievo, anzi. Nel corso di quest’anno, ha segnalato di recente la Commissione europea, l’Ue “crescerà” esattamente dello 0,0%, eurolandia si contrarrà invece dello 0,3. E l’Italia? Secondo le stime, il Pil nazionale si ridurrà dell’1,3%, centrando così il terzo peggior risultato del Continente dietro a Portogallo (-3,3%) e Grecia (-4,4%).

IMU E IRPEF, SUPER RINCARI PER LE IMPRESE - Un esito pessimo, sul quale la pressione fiscale, specialmente quella indiretta rappresentata da Imu e Irpef, peserà e non poco. A Roma, spiega Il Sole 24 Ore, una famiglia di professionisti potrebbe sperimentare quest’anno un aumento delle due aliquote pari al 154% rispetto all’anno scorso, mentre a Milano e a Bari gli incrementi potrebbero toccare rispettivamente il 90% e il 50%. Le addizionali locali peseranno moltissimo, soprattutto in quei comuni che versano in condizioni finanziarie decisamente critiche. E a patire i rincari saranno anche le attività commerciali e imprenditoriali su cui incideranno i nuovi moltiplicatori del valore catastale. Ancora Il Sole 24 Ore stima che per un negozio tipo situato nel capoluogo lombardo, gli aumenti potrebbero raggiungere il 210%. Come a dire che chi nel 2011 aveva pagato poco più di 350 euro dovrebbe ora arrivare a sborsarne circa 1.100.

SALASSO SUI TERRENI AGRICOLI – Chi rischia di andare incontro all’intervento più pesante è però il settore agricolo. Domani, Confagricoltura, Cia – Confederazione italiana agricoltori e Copagri scenderanno in piazza a Roma per protestare contro quello che definiscono un salasso per l’intero settore. I dati del Centro studi di Confagricoltura, in questo senso, sono inquietanti: la nuova Imu potrebbe costare alle imprese del comparto fino a 1,5 miliardi cui si aggiunge un contributo compreso tra i 2 e i 3 miliardi di euro per l’accatastamento dei fabbricati rurali. In pratica, si raggiungerebbe una cifra equivalente al valore di tutta la politica agricola comune per l’Italia. Secondo Confagricoltura quindi ogni impresa pagherebbe dal 50% al 400% in più rispetto a oggi. Per fare un esempio un’azienda di circa 50 ettari con 4 fabbricati rurali ad uso produttivo vedrebbe i suoi 2.200 euro di Ici 2011 trasformarsi in 8.600 euro di Imu 2012, ovvero il 300% in più. “Noi siamo consapevoli di non poterci sottrarre allo sforzo generale di risanamento dei conti pubblici – spiega Mario Guidi, presidente di Confagricoltura – ma al tempo stesso osserviamo che l’introduzione dell’Imu sui terreni agricoli e sui fabbricati rurali porta a una tassazione capace anche di quintuplicare il gettito fiscale. E questo le aziende non se lo possono permettere. Per questo – prosegue – chiediamo al governo di valutare insieme a noi la dimensione di questo piano per realizzare quindi una concertazione”. Ad oggi, Confagricoltura ha aperto un tavolo tecnico con il governo per un calcolo dell’impatto effettivo della tassazione. Sulla questione è prevista mercoledì un’audizione in Senato.

“COSI’ SI INCENTIVA L’EVASIONE” – “Si parla molto di liberalizzazioni – continua Mocera di Federconsumatori – ma in realtà, se escludiamo il caso dello scorporo di Snam Rete Gas, ad oggi non abbiamo visto praticamente nulla. In compenso ci si concentra su questo genere di imposte che riducono la capacità stessa di far crescere la domanda e, purtroppo, rischiano di favorire la propensione all’evasione”. Negli ultimi tre anni, la combinazione stretta creditizia/pressione fiscale ha già prodotto un effetto evidente sul fronte del credito al consumo. Secondo Federconsumatori l’ammontare dei finanziamenti del comparto in Italia è in lenta ma costante discesa: dai 115 milioni circa del 2009 ai 112 dell’anno passato. Un altro segnale evidente di contrazione.

E LE BANCHE NON AIUTANO LE IMPRESE – La storia, del resto, è ormai nota. Debito pubblico significa pressione fiscale e pressione fiscale significa austerity. Ma debito pubblico significa anche titoli di Stato tuttora appetibili per le banche che, rinvigorite da mille miliardi di euro di prestiti Bce a tasso super agevolato, preferiscono investire nella finanza pubblica piuttosto che dare, letteralmente, credito alle imprese. Gira e rigira, insomma, si torna sempre lì, al circolo vizioso della cura che ammazza la ripresa riducendo il potere d’acquisto dei consumatori e le possibilità stesse delle aziende, anch’esse contribuenti, di operare nuovi investimenti per il rilancio dell’economia. Il problema è ormai conclamato e per l’Italia, dove la pressione fiscale 2012 dovrebbe toccare la quota record del 45%, i risultati sono a dir poco sconfortanti.

March 12, 2012

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Il signoraggio e la moneta

Qualche anno fa ho conosciuto a Roma, in metropolitana, un signore distinto, professore all’Università di Teramo, che mi raccontò una storia: quell’incontro mi è servito a capire meglio il Risiko giocato dai banKster sulle nostre vite. La moneta, mi disse, è uno strumento “econometrico”, sostitutivo del rudimentale baratto, che serve per misurare il valore nelle transazioni commerciali. Originariamente il valore della moneta era pari al valore dei metalli usati (oro, argento, rame ecc.): i sovrani acquistavano sul mercato i vari metalli, li convertivano in monete e questi nuovi valori ritornavano in circolo sul mercato stesso. Il sovrano tratteneva per sé un piccolo guadagno, corrispondente alle spese di coniazione e di amministrazione: nasceva così il “signoraggio”. La scarsa reperibilità di oro e argento ha comportato una carenza di quantità di denaro in circolo sul mercato, determinandone la stasi, ed ecco perché è nata la moneta convenzionale.

L’usurpazione perpetrata dal sistema bancario ai danni dello Stato, nella gestione e nell’emissione monetaria, ebbe inizio quando i banchieri cominciarono a prestare i certificati, rappresentativi di oro ed argento, da loro stessi emessi: nacque così la note of bank, ovvero, la banconota. I bankster si arrogarono il diritto di stampare banconote in vece dello Stato che poi acquistava il valore nominale delle banconote ricevute pagando con dei titoli cosiddetti di “debito pubblico”. I banchieri cominciarono, poi, ad emettere banconote in quantità ben superiore all’oro posseduto. Pertanto, così facendo, aumentarono il capitale ed ottennero il pagamento degli interessi anche a fronte dei titoli cartacei prestati, ma privi di riserva aurea.

ll 15 agosto 1971, Forte Knox era stato quasi svuotato dalla Francia che presentava all’incasso i titoli per convertirli in oro, come prevedeva il vigente trattato di Bretton Woods: ma i banchieri avevano stampato Dollari per 9 volte il valore dell’oro che possedevano. Il Presidente Nixon dovette spazzare i patti di Bretton Woods e sospese la convertibilità del Dollaro in oro: il dollaro, però, mantenne inalterato il proprio valore. Il valore della banconota non è determinato dalla sua riserva aurea, ma unicamente da una convenzione sociale. Ciò comporta che la Banca d’Emissione guadagna un lucrosissimo signoraggio che consiste nella differenza tra il valore facciale stampato sul foglietto e il costo della carta e dell’inchiostro sostenuto per realizzare i biglietti stessi. E’ evidente come non possa essere consentito alla Banca d’Emissione d’impossessarsi del signoraggio in occasione dell’emissione monetaria: il signoraggio deve essere solo ed esclusivamente di proprietà dello Stato. E’ lo Stato che deve garantire la stabilità di un mercato tenendo sotto controllo il rapporto tra circolazione monetaria e beni da misurare: se il mercato dispone e produce maggiori beni, occorre maggior quantità di moneta, per non incorrere nella “deflazione”; quantità che va ridotta in caso di diminuzione dei beni stessi, per non creare “inflazione”.

Ora, è evidente come l’attuale crisi economica è stata realizzata mediante la folle distribuzione di titoli inventati, piazzati dalle grandi banche ai privati ed alle stesse banche minori, valori poi volatilizzati. Lo Stato deve ritornare alla propria emissione monetaria diretta, non solo per riacquisire la propria sovranità economica e politica, ma ancor più per smettere d’indebitarsi per acquistare al valore facciale la moneta emessa dai bancheri pagandola con i propri titoli di debito, sui quali scatta da subito anche il pagamento degli interessi passivi. Queste crisi vengono organizzate per sottrarre beni e sistemi produttivi ai legittimi proprietari, per farli confluire alle grandi multinazionali controllate dai banchieri stessi. Ah, già ! … quel signore in metro era Giacinto Auriti, al quale prima della sua morte ho potuto donare, grazie a Savino Frigiola, la sentenza n. 3712/04 del GdP di Lecce, prototipo della provocazione giudiziaria del cittadino ai Signori delle banche.

March 11, 2012

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La speranza e la lotta

Pubblico qui il mio intervento di alla manifestazione della Fiom, piazza san Giovanni, Roma, venerdì 9 marzo 2012

Un certo signor Marchionne ha accusato la Fiom di fare politica. Una certa signora Marcegaglia si lamenta che la Fiom fa politica. Un certo cavalier Berlusconi ha sempre trattato la Fiom come il demonio, perché fa politica, chiedendo esorcismi ai Sacconi, i Brunetta e altri chierichetti del suo regime. Buon ultimo è arrivato l’onorevole Bersani, che ha vietato ai dirigenti del Pd di partecipare a questa manifestazione, perché la Fiom fa politica, anzi una brutta politica, visto che da questo palco parlerà anche un dirigente del Pd della Val di Susa, ex sindaco e più che mai No Tav.

Vorrei dirlo sommessamente, con i toni sobri che sono di prammatica da quando abbiamo un nuovo governo: questi signori, ogni volta che si stracciano le vesti perché la Fiom fa politica, hanno la faccia come il culo.

Non fa forse politica Marchionne, quando col sostegno di qualsiasi governo e dei media asserviti, impone che nelle fabbriche la Costituzione diventi carta straccia? Non fa politica la Confindustria, un giorno sì e l’altro pure, che dai governi pretende sempre favori per i padroni (con i soldi nostri) e sacrifici per gli operai? Non fanno politica i grandi banchieri, al punto che uno di loro è ormai il ministro più potente del governo “tecnico”? E il partito di Bersani non ha candidato nelle sue liste i Calearo e i Colannino (bella roba, sia detto en passant, per un partito che si dice riformista e forse di sinistra), ritenendo normale che gli imprenditori facciano politica?

E per quale motivo, allora, per quale discriminazione, per quale ontologica indegnità, non dovrebbero fare politica i metalmeccanici e i loro dirigenti?

Per un unico motivo, forse. Che la loro politica (cioè la vostra) è una buona politica, che la politica della Fiom è una bella politica, la politica dei lavoratori per i lavoratori, dei cittadini per i cittadini. Lontana mille miglia, anzi opposta e alternativa, alla politica delle cricche e delle ruberie, delle nomenklature e delle corruzioni, che fanno costare agli italiani ogni chilometro di opera pubblica cinque volte di più che ai francesi, o tedeschi o spagnoli.

Giuliano Ferrara, un altro che considera la Fiom una iattura, anni fa, discutendo di Mani Pulite con Piercamillo Davigo, ha spiegato che il politico esemplare deve essere ricattabile. Proprio così: ricattabile. E’ stato prontamente accontentato. Nella presidenza della regione Lombardia quattro politici su cinque hanno guai con la giustizia. Esiste un quartiere malfamato, il più malfamato che si possa immaginare, in cui l’80% della popolazione abbia guai con la giustizia? Nemmeno in quelli della Chicago di Al Capone. Ma nel Pirellone di Formigoni, sant’uomo di Comunione e Liberazione, sì. C’è da stupirsi se poi qualche satirico parla di Comunione e Fatturazione?

La verità è che, politici o tecnici che siano, vogliono impedirvi di fare politica per tenerla in monopolio, per farla fare solo ai banchieri che strangolano il credito, agli imprenditori che licenziano, ai parassiti che evadono e ai padroni delle tessere che inciuciano. Vogliono che la politica rimanga “cosa loro”, e la sovranità del cittadino, cioè di ciascuno di voi, che pure è solennemente ricamata in ogni Costituzione, sia solo una beffa. Vogliono che a fare il premier sia sempre uno di loro, mai uno dei vostri, mai un sindacalista.

Voi, col vostro sciopero, avete detto no! a questa pretesa indecente e antidemocratica. Se un banchiere può essere premier, a maggior ragione può esserlo un sindacalista, visto che l’Italia è “una Repubblica democratica fondata sul lavoro”.

La politica moderna è nata in Europa col suono di tre parole: Libertà, Eguaglianza, Fratellanza. Voi col vostro sciopero e le vostre lotte state semplicemente riproponendo i valori più autentici della vera politica. Voi volete che queste tre parole – così insopportabili per i gerarchi dell’establishment – tornino a rappresentare il futuro, non la nostalgia del passato.

Oggi tutta l’Italia democratica vi deve ringraziare.

Voi siete la speranza, perché siete la lotta.

4 donne nel cda Fiat

March 10, 2012

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4 donne nel cda Fiat

L'ad di Fiat Sergio Marchionne

Sono quattro complessivamente le donne che, con le assemblee di aprile, entreranno nei consigli di amministrazione di Fiat Spa e Industrial: nei 113 anni di storia della casa torinese non c’era mai stata una presenza femminile nei board.

Si tratta di Patience Wheatcroft, componente della Camera del Lord inglese e Joyce Victoria Bigio, che approderanno alla spa. La prima è stata proposta dall’assemblea di Exor e la seconda da gruppo di società di gestione del risparmio ed investitori istituzionali internazionali e nazionali, complessivamente titolari del 1,86% delle azioni Fiat ordinarie. Nella stanza dei bottoni di Industrial, invece, siederanno Jacqueline A. Tammenoms Bakker, per tanti anni esponente del ministero dei trasporti dei Paesi Bassi, e Maria Patrizia Grieco, ex presidente e amministratore delegato di Olivetti.

In vista dell’assemblea degli azionisti di Fiat che si terrà il 4 aprile, Exor ha presentato la seguente lista di candidati per il rinnovo degli organi sociali che saranno sottoposte al consiglio di amministrazione. Sono John Elkann, Sergio Marchionne, Andrea Agnelli, Tiberto Brandolini d’Adda, René Carron (indipendente),  Luca Cordero di Montezemolo, Gian Maria Gros Pietro (indipendente) e Patience Wheatcroft (indipendente). Un gruppo di società di gestione del risparmio ed investitori istituzionali internazionali e nazionali, inoltre, ha presentato il nome di Joyce Victoria Bigio. Se le candidature saranno approvate in assemblea, consentiranno l’elezione di un cda con adeguata rappresentanza di competenze, esperienze, diversità di generi ed amministratori indipendenti.

L’inglese Wheatcroft e l’italo-americana Bigio sarebbero le due ‘new entry’ al femminile nel cda della Fiat. Wheatcroft è laureata in giurisprudenza all’Università di Birmingham. E’ stata direttore responsabile del Wall Street Journal Europe, e ha lavorato anche al Sunday Telegraph, al Times, al Mail on Sunday. Attualmente fa parte dell’advisory board della società di telecomunicazioni Huawei Technologies (UK) e della società di pubbliche relazioni e comunicazione Pelham Bell Pottinger. E’ inoltre amministratore non esecutivo della società di gestione patrimoniale St. James’s Place Capital.

Bigio, invece, ha doppia cittadinanza italiana e americana, è laureata in Economia e Commercio all’Università della Virginia con specializzazione in Accounting e Auditing. Attualmente è managing partner della società di consulenza International Accouting Solutions. Ha maturato esperienze professionali nelle società Arthur Andersen, Euromobiliare, The Waste Management Group, American International Bakeries e Sotheby’s Italia. Ha inoltre incarichi in consigli d’amministrazione di varie società, tra cui Simmel Difesa, Europa Donna – Fondazione Umberto Veronesi e Faraone Business Advisory.

Air France e Alitalia

March 9, 2012

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Air France e Alitalia

Vorrei, ma non posso. Siamo a questo punto nell’eterna telenovela che vede come protagonisti il colosso dei cieli europei (assai malandato) Air France-Klm e la solita Alitalia, già sull’orlo della bancarotta, in fase di difficile convalescenza. E’ noto che i francesi vorrebbero aumentare la quota detenuta in Alitalia (il 25%) dal 2009, quando nel salvataggio della compagnia Silvio Berlusconi coinvolse anche una cordata di imprenditori patrioti, proprio in funzione antifrancese.

Ma le condizioni finanziarie attuali, ormai, non permettono più ad Air France di fare il grande passo. O almeno alle condizioni vantaggiose sperate a lungo a Parigi. Jean-Cyril Spinetta, amministratore delegato di Air France-Klm, ha precisato che “non puntiamo al controllo di Alitalia”. Poi, però, ha fatto capire che le cose potrebbero cambiare. Anche rapidamente.

Spinetta è un manager di origine corse, decisamente tosto, grande conoscitore dell’Italia. Già aveva affrontato le beghe romane ai tempi, quando Air France aveva voluto prendere il controllo di Alitalia, bloccata da Silvio e dai suoi. Spinetta oggi si è barcamenato fra voli pindarici niente male. Dopo, appunto, aver negato le voci insistenti a Parigi sul rinnovato interesse per Alitalia, ha dichiarato: “Per fare un accordo bisogna essere in due, un’intesa non esiste senza convergenza delle parti”.  E ha aggiunto: “Il mio sentimento, che non è cambiato, è che il mercato unico europeo, creato nel 1993, implica in tutti i settori l’emergere di leader europei”. E questi, ha proseguito, sono emersi: vedi il matrimonio tra Air France e Klm, quello fra British Airways e Iberia e il rafforzamento di Lufthansa.

Per quanto riguarda la partnership con Alitalia, Spinetta ha detto che “non sta a me deciderlo, ma agli investitori italiani, a come vedono il loro futuro, se in un mantenimento della situazione attuale o in un passaggio successivo, con un acquisto di Alitalia da parte di Air France-Klm. Se loro optano per questo secondo punto, noi vedremo come sarà possibile procedere”.

Il problema è tutto lì: come procedere. Da quanto indicano numerosi esperti del settore a Parigi, Air France-Klm in realtà vuole prendere il controllo della compagnia italiana. Ma non ha il cash disponibile da poter utilizzare allo scopo. Come indicato da La Tribune nei giorni scorsi, in alternativa Spinetta vorrebbe liquidare l’operazione con un’offerta pubblica di scambio. Insomma, uno scambio azionario. “Ma se il livello del titolo di Air France-Klm resta così basso, l’operazione è impossibile, almeno per il momento: è troppo richiosa”, sottolineano fonti (anonime), interne al gruppo, citate da dal quotidiano economico on line, in genere bene informato.

I problemi, alla fine, riguardano proprio Air France-Klm. Spinetta si è espresso a margine della presentazione dei conti 2011 del suo gruppo. Che parlano da soli: 809 milioni di perdite nette e 353 a livello operativo. E le previsioni per il primo semestre 2012 sono di un risultato operativo inferiore a quello dell’anno scorso. Il colosso soffre dell’aumento dei prezzi del carburante, dicono i vertici. Ma soprattutto della concorrenza dei low cost sul medio raggio. E poi di problemi strutturali, tipo i costi eccessivi, rispetto ai concorrenti, relativi al personale, oltre alla scarsa flessibilità nella loro gestione.

Ma, soprattutto, grava sul tandem franco-olandese di Air France- Klm un indebitamento mostruoso, di 6,5 miliardi di euro. Agli inizi di gennaio il team di Spinetta ha già lanciato un ambizioso piano di ristrutturazione che dovrebbe ridurlo di almeno due miliardi. Si assottiglieranno gli investimenti e sono già state bloccate le nuove assunzioni. Non solo: sono iniziati negoziati (a dir poco ostici) con i sindacati per una nuova riorganizzazione del personale. Già si temono tagli al numero dei dipendenti. No, non è proprio il momento di sborsare del cash per portare la quota del 25%, detenuta in Alitalia, oltre il 50%.

Il problema è che, con un titolo Air France Klm, al livello attuale alla Borsa di Parigi, intorno ai 4 euro, lo scambio azionario tanto agognato da Spinetta non è possibile. La capitalizzazione del gruppo ammonta appena a 1,2 miliardi di euro, con 25 miliardi di euro di fatturato. Alitalia, che genera ricavi di appena 3,5 e non è quotata, dovrebbe, comunque, secondo le utlime stime, disporre di un capitale di almeno 700 milioni. E nel 2011 ha recuperato la parità nei conti, a livello operativo. Significa che i patrioti (i vari Colaninno, Sabelli, Benetton eccetera) hanno un potere diverso ora nelle trattative rispetto al passato. E con uno scambio azionario potrebbero assumere un peso “esagerato” all’interno di Air-France Klm.

Spinetta lo vuole evitare a ogni costo. E’ vero che gli italiani possono vendere le loro quote solo dall’anno prossimo. Ma da qui ad allora il piano di ristrutturazione avrà già generato gli effetti sperati? Come dire, l’avvio di un risanamento effettivo e soprattutto la ripresa del titolo in Borsa? Nell’attesa, il negoziato è in corso. Lo si è capito chiaramente dalle parole pronunciate dall’ad del colosso francese. L’obiettivo sarebbe raggiungere un accordo entro ottobre. Intanto i patrioti potrebbero guardare anche a Lufthansa. Che il cash disponibile per prendere il controllo dell’Alitalia ce l’ha. Eccome.

Giornata nera per le borse europee

March 7, 2012

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Giornata nera per le borse europee

Giornata nera per le borse europee che chiudono tutte in forte perdita. Sul tracollo hanno influito i risultati spaventati dalle stime dell’Eurostat che ha rivisto al ribasso il Prodotto interno lordo dell’Eurozona e dalle voci di un possibile slittamento del termine dell’8 marzo fissato per l’adesione dei creditori privati al piano di ristrutturazione del debito greco.

Eurostat corregge le stime di crescita del Pil, nel 2011, nell’Eurozona: +1,4% nella seconda stima pubblicata oggi, un decimo di punto in meno rispetto al +1,5% della prima stima. Nella Ue a 27 la crescita è indicata in +1,5%. Nel 2010 Eurolandia aveva fatto registrare +1,9% e l’intera Unione +2,0%. Flessione nell’ultimo trimestre del 2011 del Pil dello 0,3% nell’Eurozona e nell’Ue a 27 paesi; anche il dato italiano è confermato in calo dello 0,7%. Nell’intero 2011, la crescita dell’Eurozona si è attestata all’1,4% e quella dell’Ue all’1,5%, in calo rispetto a quella del 2010 che si era attestata rispettivamente all’1,9% e al 2%.

E la Grecia torna a spaventare i mercati. Preoccupa, infatti, la partecipazione dei creditori privati alla ristrutturazione del debito di Atene. Il ministero delle Finanze greco ha annunciato che parteciperanno solo sei delle principali banche del paese allo swap sul debito mentre in precedenza fonti vicine alla trattative avevano garantito la presenza di tutti gli istituti di credito greci. Per evitare un default disordinato occorrerà che almeno il 75% dei creditori privati aderisca all’accordo.

Chiudono, quindi, tutte in negativo le piazze europee: Londra a -1,86% a 5.765 punti, Francoforte a -3,40% a 6.633, Parigi a -3,58% a 3.362 e Amsterdam a -2,49% a 317,53. E Piazza Affari si adegua al trend comunitario terminando la giornata con forti perdite. Il Ftse Mib chiude a  -3,39% fermandosi a 16.218 punti, l’All Share a -3,19% a 17.198 e lo Star -2,18% a 10.565. A trainare al ribasso il listino sono stati soprattutto i titoli bancari con Unicredit in particolare che fa registrare un calo del 3,67% a 3,942 euro alla vigilia dell’incontro, fissato per domani, tra i grandi azionisti di Piazza Cordusio alla ricerca del sostituto di Dieter Rampl. In picchiata anche Banca Popolare dell’Emilia Romagna con -3,57% a 6,22 euro e Ubi Banca con -3,23% a 3,47 euro mentre Mediobanca lascia sul terreno il 2,86% a 4,828 euro.

Giornata nera anche per lo spread fra Bund tedeschi e Btp a dieci anni: dopo l’apertura a 310 punti, il differenziale fra i due titoli è salito senza interruzioni chiudendo a un passo da quota 330. Con il valore finale di 329 punti, il rendimento dei titoli di Stato a 10 anni è ritornato sopra la soglia psicologica del 5%, chiudendo al 5,06%. E’ andata ancora peggio ai Bonos spagnoli che chiudono con uno spread sui Bund di 336 punti e un rendimento dei titoli a 10 anni al 5,14%

March 6, 2012

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vita nell’Isola d’Ischia

C’erano una volta due isole che chiameremo (per ora) A e B: sull’isola A la benzina era a 1,92 euro al litro e il Pil/reddito pro capite di 16mila euro. Sull’isola B la benzina era a 1,66 euro al litro e il Pil/reddito pro capite di 18mila euro. Sull’isola A, contrariamente all’isola B non c’erano università né grandi opportunità di lavoro e gli studenti e i pendolari che per lavoro dovevano recarsi in terraferma erano costretti a sborsare fino a 14 Euro al giorno.

La disoccupazione attanagliava entrambe le isole ma sull’isola B oltre all’indennità di disoccupazione c’era un salario minimo garantito anche per chi non lavorava e aiuti economici per chi aveva una casa in affitto o aveva da poco avuto un figlio. Sull’isola A invece il lavoro era equiparato ad una concessione arrivata dall’alto e si concentrava nei pochi mesi estivi in cui l’isola era affollata dai turisti ma il lavoratore aveva interesse a togliersi dalla testa di “chiedere” il giorno di riposo settimanale o il rispetto delle ore giornaliere fissato dal contratto e/o dalla legge.

Un bel giorno gli abitanti di una queste due isole decisero che ne avevano abbastanza di continuare a sopportare e decisero di scendere in strada a manifestare contro il caro vita e in particolare per il costo della benzina. Dopo giorni di proteste e manifestazioni pacifiche e notti di scontri e disordini con la polizia alla fine le autorità, visto il crescere del malcontento, annunciarono la diminuzione di quasi 10 centesimi per litro della benzina e gli abitanti potettero tornare a casa e assaporare con soddisfazione la vittoria ottenuta (ma senza sotterrare l’ascia di guerra).

La domanda che vi pongo ora è, secondo voi, a quale delle due isole appartenevano gli abitanti scesi in piazza a manifestare? La logica ci farebbe tendere a rispondere l’isola A, dove la benzina era a 1,92 euro, il reddito pro capite inferiore e le condizioni economiche e sociali erano certamente non migliori rispetto all’isola B. E invece no, a manifestare furono gli abitanti dell’isola B, per ragioni oscure che lasciamo studiare ai migliori sociologi,  forse ormai, come nella parabola della rana bollita, per gli abitanti dell’isola A era troppo tardi per protestare, presi dal disfattismo e dalle frasi fatte del tipo “tanto protestare non serve a nulla” perché tanto “in un modo o nell’altro saremo sempre noi a pagare”, avevano rinunciato a fare i cittadini per trasformarsi in sudditi scambiando i diritti per concessioni e il voto con piaceri.

I fatti appena descritti sono tutti veri e seppur narrati al passato risalgono ad appena una settimana fa: l’isola A è in realtà l’Isola d’Ischia mentre la B è l’Isola della Riunione (Réunion), territorio francese a tutti gli effetti nell’oceano indiano tra il Madagascar e le Mauritius.

Chissà se la lezione degli abitanti della Riunione (che è applicabile a qualsiasi ambito) possa essere un auspicio per gli abitanti della Val di Susa e venga presa ad esempio anche da quelli dell’Isola d’Ischia (e perché no da tutti noi) quando qualcosa non va e piuttosto che protestare optiamo per la strada più “comoda”, quella di abbassare le braccia e la testa.

November 27, 2011

Posted by: Ettore Colella

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consulenza fiscale e consulenza tributaria

Qual’ è la differenza tra consulenza fiscale e consulenza tributaria? Si può occupare un avvocato tributarista di entrambe le consulenze? Anche di consulenza societaria & del lavoro? Queste sono alcune delle domande più frequenti nei forum on-line e non solo.
Nella sostanza non ci sono differenze. La figura del “Tributarista” tanto tempo fa era addirittura una attività regolata in apposita sezione di un registro tenuto dalla Camera di Commercio. Per l’iscrizione non era necessario nessun esame di stato. Successivamente l’elenco fu abrogato a “colpi di sentenze” della Cassazione alla quale si erano rivolte sia l’Ordine dei Dottori Commerciali che il Collegio dei Ragionieri per esercizio abusivo della professione. Oggi rimane un’Associazione di categoria la LAPET che cura gli interessi della “categoria”. Ad onore del vero, in tale associazione risultano iscritti fior fiore di “professionisti” ma attenti comunque a chi vi affidate. Recentemente la Cassazione ha liberalizzato le attività non riservate a soggetti iscritti ad albi professionali o provvisti di specifica abilitazione. Possono infatti essere legittimamente svolte consulenze da chiunque, perché in questo campo vige il principio generale della libertà di lavoro autonomo e della libertà di impresa. Da un lato si pongono le attività che comportano prestazioni di esclusivo appannaggio di soggetti iscritti ad albi o provvisti di specifica abilitazione (iscrizione o abilitazione prevista per legge come condizione di esercizio di quell’attività). Dall’altro tutte le altre attività di professione intellettuale, di assistenza o consulenza, che possono essere espletate liberamente e producono il diritto a un compenso.
Quanto sopra sancito dalla Cassazione non pone problemi per gli iscritti all’Albo degli Avvocati, infatti gli stessi possono svolgere tali attività senza problemi (avendone comunque le capacità cognitive nella sostanza delle materie). Nella pratica dubito però che un Avvocato, essendo in possesso di un titolo accademico ed un iscrizione ad un Albo di sicuro rango superiore, si metta fare i cedolini paga o fornire la consulenza del lavoro sul collocamento obbligatorio per esempio; l’Avvocato avendone una formazione specifica all’altezza potrà sicuramente costituirsi avanti tutte le giurisdizioni senza preclusione alcuna in materia di lavoro, tributaria, etc.
In generale, attenzione comunque all’art. 2231 del codice civile, in base al quale “Quando l’esercizio di un’attività professionale è condizionato all’iscrizione in un albo o elenco, la prestazione eseguita da chi non è iscritto non gli dà azione per il pagamento alla retribuzione.”.
Occorre verificare se la prestazione espletata dal professionista rientri in quelle attività riservate in via esclusiva a una determinata categoria professionale o, in altri termini, se l’esercizio della professione è subordinato per legge all’iscrizione in apposito albo o ad abilitazione.
L’esecuzione di una prestazione d’opera professionale di natura intellettuale effettuata da chi non sia iscritto nell’apposito albo previsto dalla legge, rende privo di effetti il contratto stipulato tra cliente e professionista, affetto in questo caso da nullità assoluta.

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Dott. Ettore Colella ha frequentato due master: uno in Business Administration a Londra ed uno in Contenzioso Tributario con il Prof. Cesare Glendi padre fondatore della legge sul contenzioso tributario (546/92).

Ettore Colella ha maturato una significativa esperienza nella revisione contabile nella prima società di revisione a livello mondiale Price Waterhouse Worldwide Network (oggi PriceWaterhouseCoopers) e successivamente presso lo Studio Internazionale Tributario corrispondente per l’Italia di PW.

Dott. Ettore Colella è abilitato all’esercizio della professione di Dottore Commercialista ed iscritto:

- all’Ordine dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili, Sezione A, di Milano e Lodi
- all’Albo dei Revisori Contabili presso il Ministero di Grazie e Giustizia

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December 1, 2010

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Accor: vendita azioni Club Méd

buongiorno a tutti!!

sto affrontando un caso di studio riguardo il gruppo Accor, leader nel settore alberghiero.
Se qualcuno conosce questa impresa, o si applica a interpretare le mie informazioni mi sarebbe molto di aiuto a capire un particolare passaggio.!!

Nel 2004 Accor investe acquistando il 28,9 % delle azioni del gruppo Club med (azienda che fornisce servizi turistici), diventandone azionista di maggioranza!

All’acquisto Accor sottoscrive accordi con club med riguardo all’attuazzione di determinate strategie per creare insieme nuove sinergie.

Nel giro di DUE anni Accor rivende quasi interamente queste azioni, a MENO di quanto le aveva acquistate..

Le mie domande sono:
1) gli accordi presi con club med saranno quindi stati interrotti?

2) escludendo l’ipotesi di averla acquistata a puro fine speculativo poichè dalla vendita ricaverà una minus valenza, quali sono i motivi plausibili secondo voi??

grazie a tutti !!!

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November 17, 2010

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R&S: nuovi strumenti per convincere gli investitori privati a rischiare

La ricerca e l’innovazione in Italia ed in Europa? Nonostante i buoni propositi previsti dalle diverse iniziative faro della strategia 20-20-20, continuo a chiedermi se sarà ancora l’ennesimo fallimento di una società che cerca di raggiungere degli obiettivi senza essere in possesso di strumenti idonei. Oggi una PMI come può investire in R&S convincendo ed ottenendo la partecipazione finanziaria di Banche?

This post was submitted by Brad.

October 13, 2010

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Leggere un bilancio – richiesta aiuto!

ciao a tutti
mi trovo con un bilancio davanti e vorrei avere qualche suggerimento per fare delle prime analisi e considerazioni al riguardo.

sapete dirmi quali sono le cose primarie da osservare per valutare la situazione?

ho sentito che ci sono degli indici da calcolare che possono dare qualche informazione utile, ho provato a calcolarli ma mi trovo in difficoltà.

potete darmi un pò di assistenza?

grazie

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September 10, 2010

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Opa Fastweb

Salve a tutti

Ho deciso di iscrivermi a causa dell’ opa lanciata da Swisscom su Fastweb.
Se aderissi all’ opa perderei circa 5000 € e sono abbastanza inc….to perchè, con il senno del poi, ho capito di aver preso una bella fregatura.
Penso che questi di Swisscom avessero in mente il delisting da circa 3 anni, cioè da quando hanno staccato l’ ultimo dividendo da 3,77 € ad azione ad ottobre 2007 ed hanno speculato al ribasso fin da allora, nascondendo le magagne fiscali e giudiziarie; il titolo ha mantenuto per parecchio tempo prezzi oscillanti tra 15 e 20 €, poi hanno fatto trapelare i guai giudiziari ed il titolo è crollato nuovamente ad un prezzo abbastanza basso da poter fare l’ opa.
Ho letto il documento emesso da Swisscom e, sostanzialmente, ho capito che:
1)condizione di livello minimo di adesioni: se la partecipazione non arriva almeno al 95% Swisscom avrebbe la facoltà di rinunciare a tale soglia minima e procedere all’ acquisto di un numero di azioni inferiore
2)comunque Swisscom può prorogare la durata dell’ opa per un totale massimo di 40 gg di borsa aperta
3)se la partecipazione è maggiore del 90% ma inferiore al 95% e Swisscom rinuncia alla condizione di livello minimo di adesioni, Swisscom non ricostituirà il flottante ma procederà all’ acquisto delle azioni restanti da chi ne faccia richiesta
4)se, a seguito dell’ offerta, le azioni non venissero revocate dalla quotazione, Swisscom vuole revocare le azioni Fastweb tramite fusione ed a seguito della fusione, non essendo Swisscom quotata su un mercato regolamentato, gli azionisti Fastweb riceverebbero in concambio azioni Swisscom non quotate.
Chiedo per favore a chiunque possa e voglia rispondermi:
a)se la partecipazione dovesse risultare minore del 90% cosa succederebbe?
b)alla borsa di Zurigo esiste una società denominata Swisscom Reg (o Ltd); perchè nel documento c’è scritto che Swisscom non è quotata in alcun mercato regolamentato?
c)a vostro parere, quanto è difficile vendere azioni non quotate in borsa?
Per concludere, faccio appello a tutte le persone che sono in una situazione simile alla mia di NON ADERIRE ALL’ OPA. Tenendo duro l’opa fallirebbe e probabilmente, all’ opa successiva, si riuscirà a spuntare un prezzo più alto.
Quindi, a mio parere, questo è proprio il caso del “uno per tutti e tutti per uno.

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August 18, 2010

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Ragioniere interno all’azienda

Salve, sono una studentessa ed ho bisogno che qualcuno sia così gentile da togliermi alcuni dubbi. Vorrei sapere se un’azienda può assumere un consulente/ragioniere, insomma qualcuno che si occupa di contabilità, buste paga, ecc, all’interno dell’azienda e se si con il timbro come funziona, si firma a nome dell’azienda oppure bisogna essere iscritti all’albo e quindi avere un proprio timbro? e soprattutto nel contratto che l’azienda fa al consulente/ragioniere quale qualifica deve inserire? Grazie per la vostra attenzione e attendo una risposta al più presto, ho un’esame universitario e vorrei avere più informazioni possibili per essere preparato al meglio. Grazie ancora

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August 12, 2010

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ho un debito di 2000 euro con la banca

salve,
vorrei chiedere come comportarmi con la mia banca avendo uno scoperto sul mio C/C di circa 2000 euro…da premettere che non possiedo nulla, ho solo intestata l’assicurazione di una macchina che però nn è mia.(altro proprietario) e sono socia accomandataria di una sas, cosa possono farmi se non pago??? grazie anticipatamente…

This post was submitted by mari.

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