May 20, 2012

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Dipendenti e pensionati, ricchi. Solo per il fisco

Il livello di tassazione media in Italia è cresciuto in dieci anni di quasi 5 punti percentuali; un incremento enorme a cui l’attuale Governo ha dato una ulteriore mano consistente.

Prendendo il dato relativo alla sola Irpef per il periodo 2003–2010, si scopre che l’imposizione non è aumentata in modo omogeneo; infatti il reddito imponibile totale è aumentato meno del 21%,  quello dei lavoratori dipendenti di circa il 21,5 %  e quello dei pensionati di circa il 29%, mentre quello cumulativo di autonomi, imprese e artigiani, è aumentato del 20,5%; quindi il reddito (accertato) di dipendenti e pensionati è cresciuto più di quello degli altri arrivando all’81,5 % del totale nazionale; contemporaneamente, con aliquote non depurate dal fiscal drain il gettito Irpef da lavoratori dipendenti e pensionati è arrivato oltre il 78% del totale. Il rimanente 22 % se lo sono suddivisi i lavoratori autonomi (professionisti, commercianti, artigiani: 6%), imprese: 3,9 % redditi in partecipazione: 5,3% e altri redditi: 6,3% .

Ci può stare, diciamo che la crisi del 2008/2009 ha colpito più duramente  l’imprenditoria rispetto a dipendenti e ai pensionati.

Altro dato interessante è che le aliquote elevate (oltre il 41%) si sono applicate soprattutto a lavoratori dipendenti e pensionati, che hanno costituito il 70% della massa di coloro che appunto hanno aliquote del e oltre il 41%; anche questo ci può stare; il calo del reddito dell’imprenditoria avrà causato anche una discesa delle aliquote.

Comunque, abbiamo una popolazione nella quale la ricchezza è perlopiù nelle mani di lavoratori dipendenti e pensionati; il problema è che queste due categorie di ricchi le proprie risorse le buttano via ogni mese in cose come il cibo, qualche vestito, magari in benzina e persino un cinema.

Eh si, perché quando si va a vedere la distribuzione dei beni di lusso, come ha fatto il Sole 24 Ore nel Dicembre del 2011; si impara che  le circa 100.000 barche in Italia sono possedute al 42 % da persone con redditi inferiori ai 20.000 € così come aerei e elicotteri privati, posseduti al 25% sempre da persone con redditi inferiori a 20.000€ annui;  non va meglio neppure in riferimento alle auto di grossa cilindrata che risultano per la maggior parte  intestate a persone fisiche con redditi molto bassi.

I dipendenti e i pensionati, non prediligono l’acqua e l’aria e neppure le automobili potenti; forse hanno concentrato i loro acquisti su altri beni, per esempio gli immobili. No, perché un rapporto della Camera dei Deputati (datato 2003, ma non penso che la situazione sia grandemente mutata) a pag. 75, evidenzia come le proprietà immobiliari si concentrino maggiormente nelle famiglie dove almeno un componente è lavoratore autonomo e come solo percentuali “cosmetiche” di dipendenti possedessero nel 2003 immobili di valore superiore ai 350.000 €, stando in questa statistica in un rapporto inferiore al 50% rispetto ai lavoratori autonomi.

Insomma, i maggiori contribuenti alle casse dello stato non accedono a beni di lusso e proprietà immobiliari consistenti, però, attraverso il perverso legame anche di parte delle prestazioni statali al reddito accertato, si qualificano per altri balzelli quali i ticket sanitari o le tasse scolastiche dei figli, tanto per fare due esempi e che diventano iniqui perché basati su redditi accertati in modo ineguale.

Fino qui la descrizione di una situazione iniqua e socialmente devastante, arcinota ma che vale sempre la pena di guardare in maggiori dettagli; il fatto peggiore e devastante anche per l’economia del paese, però, è che aumentare la pressione fiscale sulle categorie che, benestanti agli occhi del fisco, spendono nella pratica tutto il loro reddito residuo in bisogni primari, ci fa avanzare ogni giorno di più nella recessione, sottraendo risorse che alimenterebbero i consumi, lasciandole invece dove ragionevolmente possono essere accumulate in quanto non primariamente necessarie o, peggio, portate all’estero.

Se non si trova (ma molto rapidamente) una soluzione a questo problema e si insiste nel far pesare la struttura dello stato sui “soliti noti” anziché applicare misure magari anche draconiane (data l’emergenza economica e sociale) sul sommerso, le dissertazioni sulla crescita da promuovere (si legga stimolare i consumi) rimangono aria fritta, poiché nella pratica si va nella direzione opposta.

Inoltre, cosa anche peggiore, maturano rancori erroneamente diretti nei confronti di Equitalia, la fiducia nella classe dirigente del paese crolla e si prepara piano piano il terreno all’ingovernabilità in stile greco. 

May 18, 2012

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istituti di credito o banche

Come ho avuto modo di dire in una breve intervista al Corriere della Sera (15/5), quando ero studente alla Bocconi il corso che si occupava delle banche si chiamava “Economia delle aziende di credito” per sottolineare il mestiere specifico (il credito) che quel tipo di aziende erano tenute a fare (utilizzando i depositi dei risparmiatori e il loro capitale).

Da allora le cose sono cambiate molto: le banche, molte delle quali nel frattempo sono diventate molto più grandi attraverso processi di aggregazione, si sono trasformate in veri e propri supermarket di prodotti e attività finanziarie di vario genere. Abbiamo assistito a due nette evoluzioni dell’attività delle maggiori banche: la despecializzazione da un lato (l’attività creditizia perde peso) e la crescita dimensionale dall’altro. I due fenomeni sono le due facce della stessa medaglia.

Il problema delle dimensioni, o meglio, del gigantismo: negli ultimi 5 anni – nonostante la crisi finanziaria iniziata nel 2008 – gli attivi delle sei maggiori banche USA sono cresciuti del 13% e quelle delle maggiori banche europee del 14%. Nonostante nel frattempo si siano fatti studi e convegni a iosa per sostenere il pericolo “sistemico” di avere banche troppo grandi è successo esattamente il contrario: le banche too big to fail (TBTF), quelle che non possono fallire (e che di conseguenza tendono ad assumere rischi più elevati perché comunque alla fine lo Stato, e cioè i contribuenti, sarà costretto a salvarle), sono diventate ancora più grandi : gli attivi dei sei big americani rappresenta oltre il 60% del PIL, quello delle 20 maggiori banche europee addirittura oltre il 180% del PIL di tutta la UE fino ad arrivare al caso estremo della sola Inghilterra dove i quattro big rappresentano quasi il 380% del PIL . Più crescono, più non possono fallire, più cresce il moral hazard e cioè la spinta a fare operazioni azzardate tanto se va male paga Pantalone.

La seconda nefasta evoluzione – diventare dei supermercati della finanza – è figlia della prima: diventare molto grandi, ampliare il più possibile la gamma delle attività in tutti i campi della finanza per guadagnare di più di quanto si possa guadagnare facendo “solo” l’azienda di credito. Negli USA ci ha provato persino Obama che con l’aiuto di Paul Volcker , ispiratore della cosiddetta “Volcker rule”, ha cercato – per ora senza successo – di ripristinare nella sostanza una vecchia legge fatta negli anni trenta, subito dopo la Grande Crisi, il Glass Steagall Act, che vietava alle tradizionali banche commerciali di speculare in proprio con rischiose operazioni di trading. Se Obama ce la farà sarebbe un primo passo verso una auspicabile marcia indietro almeno negli USA: le banche tornano a fare gli istituti di credito e le “altre” attività in campo finanziario le possono fare altri soggetti opportunamente regolamentati.

Le grandi banche internazionali, i “fat cat” come vengono chiamati dai critici di Wall Street, devono dimagrire, essere “spacchettate” tra chi fa credito e chi fa altri mestieri, diventare più piccole, più semplici e più sicure.

Quando la BCE dà liquidità alle banche per aiutarle dobbiamo essere sicuri che la dia a degli istituti di credito che la possono usare solo ed esclusivamente per concedere credito alle imprese e alle famiglie e non per comprare titoli di vario genere lasciando le briciole a famiglie e imprese..

P.S. gli economisti più illuminati che teorizzano da tempo la necessità di porre un tetto alle dimensioni delle banche sostengono questa tesi principalmente per ragioni sistemiche e quindi “macro” : io vorrei aggiungere anche una considerazione “micro” e cioè che riguarda la gestione della singola banca: anche se i top manager delle grandi banche non lo ammetteranno mai, neanche sotto tortura, la verità è che il gigantismo, con l’aggiunta della internazionalizzazione, porta con sé inevitabilmente il rischio che diventi sempre più difficile controllare quello che c’è dentro a questi enormi pentoloni non solo per le Autorità di controllo, per gli azionisti, etc, ma anche per gli stessi super boss che ostentano di avere sempre la situazione sotto controllo ma i fatti dimostrano il contrario.

May 15, 2012

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Moody’s taglia il rating delle banche italiane.

L’agenzia internazionale Moody’s ha tagliato il rating di 26 banche italiane. I rating “sono adesso tra i più bassi nei paesi dell’Europa avanzata e riflettono – avverte l’Agenzia in una nota – la vulnerabilità di queste banche a contesti operativi sfavorevoli in Italia e in Europa”. Gli outlook per tutte le banche interessate dal taglio di rating sono negativi. Moody’s sottolinea le difficoltà legate alla “recessione e all’austerity che in Italia stanno riducendo la domanda nel breve termine”.

La scure si è abbattuta su tutte le principali istituti di creddito. Il rating di Monte dei Paschi è stato tagliato di due gradini, da Baa1 a Baa3. Quello di Unicredit e di Intesa SanPaolo di un gradino (da A2 ad A3). Il giudizio su Ubi Banca è passato da A3 a Baa2, quello su Banco Popolare da Baa2 a Baa3.

May 13, 2012

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medicinali nelle parafarmacie

Sono 230 i farmaci in più che potranno essere venduti da parafarmacie e supermercati. Il ministro della Salute, Renato Balduzzi, ha infatti firmato il decreto con la lista (stilata con l’Agenzia italiana del farmaco) dei medicinali che escono dalla fascia C, cioè a totale carico del cittadino, e si potranno così acquistare senza ricetta medica fuori dalle farmacie, per effetto del decreto Salva Italia. Tra questi ci sono farmaci contro l’herpes labiale, antinfiammatori da applicare sulla pelle e colliri antiallergici. Ma, come denuncia il Coordinamento delle Parafarmacie-Forum delle parafarmacie, questa lista è un bluff, perchè la maggior parte di questi farmaci già erano disponibili sui loro scaffali da tempi e alcuni sono totalmente in disuso.

“La maggior parte dei medicinali che lasceranno la fascia C per essere venduti nelle parafarmacie senza ricetta medica, il cosiddetto delisting, sono farmaci totalmente in disuso – spiega il coordinamento – tanto che qualcuno pensava fossero già stati ritirati dal commercio. E’ stato questo il criterio utilizzato dall’Aifa nello stilare la lista”. Numeri alla mano, spiega il Coordinamento, i medicinali che fanno parte della lista sono “230 su oltre 5.300 analizzati dall’Aifa, dunque un modesto 4%. In particolare, dei 20 farmaci di fascia C più venduti, uno solo è presente nella lista. In termini di fatturato il peso dei 230 farmaci è al di sotto del 6%”.

Si capisce quindi che il loro giudizio sia negativo sul provvedimento. “Ci aspettavamo molto di più – spiega Giuseppe Scioscia, presidente del Forum delle Parafarmacie – Si parlava di una lista corposa e invece ci hanno dato quello che già avevamo. Antivirali, antifungini e antinfiammatori già li vendevamo infatti”. Alla farmacia ‘tradizionale’ è rimasta infatti la fetta più consistente, tra cui i medicinali stupefacenti, gli iniettabili, i medicinali del sistema endocrino e di tutti i medicinali per cui è previsto il regime della vendita dietro presentazione di ricetta medica da rinnovare volta per volta. In altre parole, resteranno da somministrare solo con la prescrizione del medico, anche se sulla ‘ricetta bianca’, medicine come gli anticoncezionali o la pillola del giorno dopo (facendo contenti gli ambienti vaticani, che temevano una loro uscita dal circuito delle farmacie) o gli antidepressivi (ad esempio il tavor).

Il ministero non ha mancato di sottolineare come “ora i cittadini potranno trovare prodotti di largo uso come “antivirali per uso topico a base di acyclovir, antimicotici vaginali prodotti per la circolazione, colliri antiallergici e antinfiammatori per uso topico”. Ma lo scontento rimane tra i titolari di parafarmacie. Del resto quello dei farmaci di fascia C è un mercato prezioso, che fa gola a molti visto che rappresenta 3,2 miliardi di euro l’anno. Per questo le farmacie, al momento di discutere il decreto Salva Italia si erano battute, aiutate dai partiti, per restringere l’area dei farmaci vendibili senza ricetta. Cosa in cui sono riuscite, perchè dalla formulazione iniziale il decreto ha poi allargato la tipologia di farmaci esclusi dalla liberalizzazione anche a quelli del sistema endocrino come la pillola, e quelli iniettabili. “Fare una liberalizzazione che riguarda solo i farmaci senza ricetta – aveva commentato il senatore del Pd, Ignazio Marino – è come non farla”.

Le parafarmacie però non si arrendono. “Noi continueremo a lottare, ma a questo punto per arrivare a vendere tutti i farmaci di fascia C con la ricetta – conclude Scioscia – Con questo governo non credo che ci saranno altri passaggi. Può darsi che i giochi si riaprano dopo le elezioni”.

May 12, 2012

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La crisi spagnola

L’aggravarsi della crisi del sistema bancario potrebbe avere conseguenze particolarmente negative per la Spagna tra le quali, nel caso, anche un intervento esterno di sostegno così come già accaduto con Grecia, Portogallo e Irlanda. E’ questa l’ipotesi che inizia a farsi largo negli ultimi giorni di fronte alle palesi difficoltà incontrate dall’esecutivo di Mariano Rajoy nella gestione dell’instabilità degli istituti di credito locali. Un’instabilità, figlia della bolla immobiliare, che giustifica ora un intervento di emergenza che rischia di deprimere ulteriormente il credito circolante aggravando la situazione della precaria economia di Madrid.

Ieri, il governo ha nazionalizzato Bankia, quarto istituto del Paese, in via di collasso sotto il peso dei cosiddetti asset problematici, quasi 32 miliardi euro di mutui a rischio insolvenza e di pignoramenti svalutati su un portafoglio immobiliare complessivo da 37,5. Oggi, l’esecutivo ha imposto alle altre banche del Paese una nuova e drastica cura: 30 miliardi di nuovi accantonamenti per far fronte al rischio di ulteriori svalutazioni degli assets rischiosi. A quanto ammontino questi ultimi nessuno lo sa con certezza ma le ultime stime della Banca di Spagna parlano di 184 miliardi, oltre la metà dell’intero portafoglio immobiliare del sistema bancario.

Gli istituti spagnoli dovrebbero in teoria provvedere per conto proprio, chi non fosse in grado potrà invece ricorrere a una forma di prestito ad hoc da parte dello Stato che appare già piuttosto onerosa visto che i tassi sono stati fissati al 10% su base quinquennale, ovvero il doppio di quanto paga lo Stato per indebitarsi sul mercato nonché 10 volte tanto l’interesse chiesto dalla Bce (a tre anni) nell’ultimo maxi prestito effettuato a inizio anno. Oggi, la borsa di Madrid ha chiuso le contrattazioni cedendo lo 0,71%. I titoli degli istituti bancari hanno tutto sommato contenuto le perdite.

Le perplessità restano comunque evidenti, anche perché la stima dei 184 miliardi resa nota dall’istituto centrale di Madrid potrebbe anche essere corretta al rialzo una volta che la separazione degli asset immobiliari dai bilanci, come richiesto, verrà effettivamente effettuata rivelando le cifre definitive. Ieri, prima che il provvedimento fosse annunciato, Bloomberg aveva lanciato l’allarme ipotizzando addirittura un collasso tecnico del sistema bancario spagnolo sulla falsariga di quanto accaduto in Irlanda. Un tracollo cui il governo non potrebbe fare pienamente fronte se non con un aiuto esterno. Se la situazione dovesse precipitare, in altre parole, la Spagna diventerebbe il quarto Paese dell’eurozona a ricorrere ai prestiti internazionali. In Irlanda, ha ricordato Bloomberg, le perdite finali del sistema furono di 86 miliardi ma in Spagna si potrebbe arrivare a 250. Moody’s, dal canto suo, ha alzato la stima a 306 miliardi.

Quel che è certo, in ogni caso, è che il massiccio piano di accantonamento imposto agli istituti spagnoli provocherà una ulteriore stretta creditizia nel sistema deprimendo ancora di più l’economia nazionale. Proprio oggi la Commissione Europea ha diffuso le nuove stime di crescita per il Continente: la Francia, che nel 2012 crescerà solo dello 0,5% vedrà il proprio Pil aumentare dell’1,3% nel 2013; la Germania passerà dal +0,7 di quest’anno a un più convincente +1,7% l’anno successivo quando persino l’Italia, -1,4% quest’anno, dovrebbe tornare a crescere facendo registrare un +0,4%. La Spagna, al contrario, confermerà la recessione: -1,8 per l’anno in corso, -0,3 in quello successivo. Un altro pessimo segnale.

May 11, 2012

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i subappalti Expo

A seguito di un mio accesso agli atti, ho ricevuto dall’Amministatore delegato di Expo 2015 Spa Giuseppe Sala l’elenco delle società subappaltatrici relativamente all’appalto per “la realizzazione degli interventi inerenti alla rimozione delle interferenze presenti nel sito espositivo Expo Milano 2015″, vinto da CMC di Ravenna. Nell’inviarmi l’elenco, l’amministratore delegato mi ricorda che, ai sensi dell’art. 43, comma 2 del d.lgs. n. 267/2000, in quanto Consigliere comunale ottengo accesso agli atti amministrativi e sono tenuto al segreto di ufficio nei casi determinati dalla legge. Sala mi ricorda altresì, che ai sensi dell’art. 15, comma 4 del Regolamento di Organizzazione e funzionamento del Consiglio Comunale del Comune di Milano, l’uso degli atti stessi è limitato all’esercizio dei diritti connessi alla carica ricoperta dall’istante.

La risposta di Sala è ineccepibile per quanto riguarda il potere del Consigliere comunale, né specifica esplicitamente se la mia richiesta in oggetto rientri tra i casi per i quali sono tenuto al segreto d’ufficio. Personalmente credo che, nell’obiettivo di difendere gli appalti Expo dalle infiltrazioni mafiose, non dovrebbe configurarsi alcun”segreto d’ufficio” in materia, ed anzi dovrebbero essere resi pubblici direttamente sui siti della Società Expo 2015 i nomi delle società subappaltanti.

Non dovrebbe esserci alcun bisogno che per conoscere i nomi di tali società debba essere presentata domanda di accesso agli atti, e non dovrebbe esistere alcun vincolo di riservatezza.

May 10, 2012

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Crisi in Grecia

Le buone notizie per ora sono solo due. La prima è che la tranche degli aiuti da 5,2 miliardi di euro in partenza domani giungerà regolarmente a destinazione nelle casse elleniche nonostante l’opposizione di alcuni governi dell’eurozona. La seconda è che la borsa di Atene ha tenuto basse le perdite, chiudendo con un -0,87% cui fa da contraltare il segno positivo dell’indice bancario. I titoli degli istituti di credito guadagnano oggi un complessivo 0,65% dopo i fortissimi ribassi dei giorni precedenti. Il resto è solo incertezza. Incertezza sul futuro politico ovviamente, ma anche e soprattutto finanziario, con la novità di un sempre più spiacevole sospetto: quello di una Germania ormai ai ferri corti con la propria pazienza.

Il messaggio, chiarissimo, lo ha lanciato oggi il ministro degli esteri di Berlino Guido Westerwelle specificando che “la permanenza della Grecia nell’euro è nelle sue stesse mani”. In pratica: o Atene torna sui suoi passi, e allora amici come prima, oppure la coppia Ue-Fmi smette di erogare i prestiti, trasformando l’abbandono ellenico della moneta unica in un evento ineluttabile. Un’ipotesi fino a qualche tempo fa impensabile ma oggi sempre più concreta. Nei giorni scorsi, gli analisti di Citigroup hanno attribuito al verificarsi di questa eventualità da qui al 2013 una probabilità del 75%. Gli analisti di Lombard Street Research, citati oggi dal Daily Telegraph, sono giunti anch’essi a una simile conclusione.

Che cosa comporterebbe un simile scenario? Per Atene, in primis, sarebbe il caos. Il Governo ovviamente cancellerebbe il proprio debito dichiarando bancarotta. I cittadini greci correrebbero a ritirare i propri risparmi in deposito anticipando l’inevitabile svalutazione della neo dracma. A quel punto i casi sono due: o un’accelerazione clamorosa di quel processo già in atto che ha portato negli ultimi tre anni ad alleggerimento dei conti correnti per 70 miliardi, oppure l’amara scoperta di trovare i caveau già vuoti, come accaduto in Argentina dieci anni fa. In entrambi i casi il sistema bancario crollerebbe. A quel punto si passerebbe alla fase due: nazionalizzazione delle banche e massiccia immissione di capitale pubblico. Come? Stampando moneta ovviamente – cosa che a quel punto la Grecia potrebbe fare – visto che di fronte a un fallimento disordinato il Paese non sarebbe più in grado di emettere obbligazioni. Il risultato sarebbe una massiccia inflazione cui la banca centrale ellenica proverebbe a porre rimedio acquistando dracme sul mercato allo scopo di sostenerne il valore. Fino a rapido esaurimento delle riserve in valuta straniera, ovviamente. Un rapporto di Ubs datato settembre 2011 ma tornato di moda oggi calcola che in un solo anno uno scenario simile costerebbe a ogni cittadino greco fino a 11.500 euro.

Alexis Tsipras, leader della coalizione di sinistra attualmente impegnato nel tentativo sempre più arduo di formare un nuovo governo, è perfettamente consapevole delle conseguenze. Per questo, accanto al suo impegno a rinegoziare l’accordo con la Troika (già dichiarato non più valido) punta alla permanenza nell’unione monetaria. Il problema però è che questa sua tenacia rischia di far saltare definitivamente i nervi alla Germania e a tutti coloro che da tempo sperano in modo malcelato che il problema greco sia risolto definitivamente nel modo più ovvio.

Oggi, un portavoce di Syriza, il partito di Tsipras, ha assicurato alla Reuters che il suo leader avrebbe tutte le intenzioni di incontrare il neo presidente francese Francois Hollande così come la cancelliera tedesca Merkel. La lettura è evidente: il non ancora premier greco vuole convincere la Francia a sostenere la sua causa davanti a Berlino nella speranza che la linea della revisione delle politiche di austerity possa infine prevalere. Una mossa logica ma anche rischiosa, date le circostanze, che potrebbe portare sì al definitivo isolamento della Germania ma anche, nel caso, all’inappellabile sconfitta della Grecia. C’è solo un piccolo problema: l’incontro, per il momento, non si può fare. Parigi e Berlino, hanno spiegato infatti fonti interne, sono disposti a incontrare solo i capi di governo e Tsipras, fino a prova contraria, è ad oggi solo il capo di un partito. Per ottenere ciò che vuole, insomma, il leader di Syriza dovrà prima formare una maggioranza. Che numeri alla mano oggi non c’è.

May 9, 2012

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raccolta pubblicitaria Mediaset 2012

Brutte notizie per Mediaset sia in Italia che in Spagna: crolla l’utile, scendono i ricavi e collassa la . Il gruppo dell’ex premier Berlusconi ha chiuso il primo trimestre del 2012 perdendo più di 50 milioni di euro rispetto all’anno precedente. L’utile netto odierno infatti è di 10,3 milioni di euro, rispetto ai 68,4 milioni dello stesso periodo del 2011. I ricavi scendono del 12 per cento, da 1,112 miliardi a 977 milioni. Tra gli altri dati, il risultato operativo passa da 135,8 a 38,9 milioni, la redditività operativa scende dal 12,2 per cento al 4 per cento, l’indebitamento finanziario netto passa da 1,775 miliardi a fine 2011 a 1,675 miliardi.

In Italia l’azienda, come previsto dal piano di efficienza triennale varato nella seconda metà del 2011, sta inoltre attuando il programma di riduzione dei costi di funzionamento di tutte le principali aree aziendali che crescerà progressivamente fino al 2014 quando si assesterà su un risparmio costante di 250 milioni di euro all’anno.

In borsa il titolo in un anno ha subito una forte contrazione. A Piazza Affari Mediaset Spa un anno fa si attestava a 4,346 punti, oggi a 1,638. A Madrid invece Mediaset Espaða Comunicacion S.A è passato da 6,653 punti a 3,339. 

In mancanza di segnali di miglioramento sul mercato, il gruppo televisivo conferma la previsione di chiudere il bilancio con un risultato netto inferiore a quello dell’anno scorso. In Italia i ricavi netti consolidatisi sono attestati a 760,2 milioni da 846,3 milioni: in particolare la raccolta pubblicitaria lorda ha registrato un calo del 10,2% a 622,7 milioni, i ricavi Mediaset Premium sono scesi a 131,1 milioni (da 135 milioni) mentre i ricavi EI Towers sono saliti a 56,1 milioni (da 38,6 milioni). La raccolta pubblicitaria lorda complessiva di Publitalia ’80 e Digitalia ’08, comprensiva anche dei canali digitali pay e dei contenuti video distribuiti sul portale web Mediaset.it, raggiunge i 622,7 milioni di euro contro i 693,3 milioni di euro del primo trimestre 2011 (-10,2%). I ricavi da attività caratteristica Premium -vendita di carte, ricariche, abbonamenti Easy Pay- si sono attestati a 131,1 milioni rispetto ai 135 milioni del 2011, bene invece per i ricavi Ei Towers hanno raggiunto i 56,1 milioni rispetto ai 38,6 del primo trimestre 2011.

Per quanto riguarda la Spagna, invece, nei primi tre mesi del 2012 i ricavi netti consolidati generati dal Gruppo Mediaset España hanno raggiunto i 218 milioni di euro rispetto ai 266,1 milioni dello stesso periodo dell’anno precedente. I ricavi pubblicitari televisivi si sono attestati a 221,3 milioni rispetto ai 267,1 milioni del primo trimestre 2011 L’Ebit spagnolo è stato pari a 20,4 milioni (46,6 milioni di euro nel primo trimestre 2011), mentre l’utile netto è stato pari a 21,2 milioni rispetto ai 40,1 milioni dei primi tre mesi del 2011.

In una nota del gruppo si legge: “La fase recessiva nella quale si trovano sia Italia che Spagna continua a condizionare l’andamento del mercato pubblicitario in entrambe le aree geografiche presidiate e determina un andamento ancora sostanzialmente in linea con quello dei primi tre mesi”.

May 6, 2012

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François Hollande

Un alito di speranza attraversa in questi giorni l’Europa mentre, con animo trepidante, tutti (ok, non tutti: molti) guardano al risultato del secondo turno francese augurandosi che il vincitore designato, François Hollande riesca a farcela mandando per sempre a casa l’insopportabile consorte della modella italiana più radical chic e politicamente flessibile di tutti i tempi (speriamo, che al peggio non c’è mai limite).

La mia impressione è che le cose siano meno scontate di quanto appaiano, ma questo lo discuteremo lunedì. Oggi, nell’attesa del voto, occupiamoci delle sue tanto dibattute implicazioni economiche che, a leggere la stampa nostrana ma non solo, sarebbero essenzialmente le seguenti. Hollande agirebbe per dare all’Europa una “nuova” politica economica orientata alla crescita e alla creazione di posti di lavoro stabili e ben remunerati dopo anni di inutile e dannosa “austerità” che ha causato e sta causando recessione, disoccupazione, caduta del reddito. Non è un caso che, grazie a questi saggi propositi, la candidatura di Hollande abbia ricevuto l’appoggio di tutti i socialisti e socialdemocratici europei, compresi i nostri Bondi, Brunetta e Tremonti…

Da svariate parti abbiamo appreso come Hollande sia l’anti-Merkel, l’unico capace di fermare l’aggressiva distruttività della cancelliera tedesca e di ricondurre l’Europa sulla strada della crescita e della prosperità economica. Come? Semplice: fermando le politiche di riduzione dei deficit pubblici in atto in svariati paesi, rilanciando (che vorrebbe dire “aumentando” ma fa meno paura) la spesa pubblica e agendo a livello politico europeo perché, da un lato, la Bce aumenti il tasso di creazione della moneta e, dall’altro, perché si arrivi all’emissione di Eurobond con i quali finanziare grandi progetti europei di spesa pubblica aggiuntiva.

In questo grande progetto di rinnovamento delle politiche economiche europee parecchi commentatori hanno rapidamente arruolato anche Mario Draghi il quale, da tempo, insiste sulla necessità che i governi dei vari paesi europei adottino politiche orientate alle crescita. Chi abbia fatto anche solo superficiale attenzione alle relazioni presentate negli anni scorsi da Mario Draghi nel suo ruolo di Governatore della Banca d’Italia non si sorprenderà di scoprire che, almeno nell’opinione dell’attuale presidente della Bce che è anche la mia, la crescita non viene né da addizionale spesa pubblica né da ulteriori e miracolosi aumenti della quantità di moneta in circolazione.

Perché, come tutti sappiamo, i due grandi paesi europei che si trovano oggi in seria recessione sono l’Italia e la Spagna, ossia i due con il maggiore, non il minore, deficit pubblico. Perché, come tutti sappiamo, il deficit pubblico italiano è stato ampiamente negativo e la sua spesa pubblica è aumentata in ognuno degli ultimi, dieci, venti, trenta… anni e questo continuo e persistente aumento della spesa e del debito non ha condotto ad alcuna, miracolosa, grande crescita economica, ma esattamente al suo contrario. Perché, come tutti sappiamo ma amiamo scordare, i paesi del Nord Europa che non soffrono della recessione ma anzi crescono (non solo la Germania, ma anche la Svezia e altri) i tagli alla spesa pubblica li han fatti in tempo utile (la Svezia, per dire, ha tagliato quasi 17 punti percentuali di Pil di spesa pubblica in vent’anni e cresce a ritmi che noi non vediamo dall’inizio degli anni 70!) e agiscono oggi per mantenere il loro deficit sotto controllo. Queste cose non le sappiamo solo voi e io: le sa anche Draghi il quale, grazie a dio, di nuovo e contrariamente al signor Tremonti e al signor Bersani, non se le scorda quando possa apparire politicamente conveniente farlo.

Per questa ragione ha avuto l’onestà intellettuale e il coraggio politico di ricordare al Parlamento europeo non solo che da un’ulteriore espansione monetaria e della spesa pubblica non verrà alcuna crescita, ma anche e per l’ennesima volta, che la crescita economica può venire solo da riforme strutturali che aumentino la produttività e favoriscano la concorrenza e che, soprattutto, facciano della spesa pubblica una fonte di servizi produttivi efficienti e non di redistribuzione, inefficienza, acquisto del consenso, parassitismo, corruzione. Tutte cose banali che, ripeto, Ma-rio Draghi andava scrivendo da anni, in italiano, nelle sue relazioni da Governatore.

Un vero peccato, quindi, che né il governo dei tecnici né, e ancor meno, la classe politica italiana dimostrino alcuna capacità di fare attenzione alle cose che questo signore (non da solo) va dicendo da più di un decennio. Trastullarsi con la nuova fantasia, quella di un Hollande che lancia in resta salverà l’Europa a cavallo della spesa pubblica e dell’espansione monetaria, è non solo infantile perdita di tempo ma anche gioco pericoloso. Da un lato perché, se Hollande vincesse e si dovesse aprire a livello europeo uno scontro politico sulla questione spesa sono abbastanza certo che la Bce non starebbe con il partito che vuole più deficit. Dall’altro perché un simile scontro politico avrebbe effetti deleteri sul debito di svariati paesi europei, sulla stabilità dell’euro e, alla fine, sul nostro benessere economico. È per questo che, nonostante l’antipatia profonda che provo per il signor Sarkozy e la suaconsorte,nonmirestacheaugurarmi di doverli vedere per qualche anno in più intonare ufficialmente la Marsigliese.

Il Fatto Quotidiano, 5 Maggio 2012

May 5, 2012

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accordo tra il Fisco e la Svizzera

L’accordo per tassare i capitali degli evasori in Svizzera, l’ha detto Mario Monti, dipende dalla tregua sui frontalieri: il Canton Ticino ha sospeso unilateralmente il trattato che prevede di trasferire risorse ai Comuni di frontiera i cui cittadini lavorano e pagano le tasse in Svizzera ma consumano servizi pubblici italiani. Per il solo 2010 si tratterebbe di 28 milioni di franchi, circa 23 milioni di euro, che sono rimasti in Ticino invece di arrivare nelle casse di Comuni italiani. Proprio per le tensioni sui frontalieri il capo dello Stato Giorgio Napolitano ha annullato (o almeno rinviato) una visita di Stato in Svizzera.

Ma non è questa l’unica ragione di prudenza del governo di Roma sull’accordo fiscale che permetterebbe di recuperare almeno una parte di quei 120-150 miliardi esportati illegalmente in Svizzera da contribuenti italiani. L’Agenzia delle entrate, secondo quanto risulta al Fatto Quotidiano, da mesi vaglia con attenzione pro e contro di un accordo fatto sul modello di quelli approvati da Germania e Gran Bretagna (un forte prelievo una tantum, tra il 30 e il 40 per cento che sana il pregresso, poi un’aliquota annuale sopra il 26 per cento per i rendimenti. In cambio gli evasori e la Svizzera restano protetti dal segreto bancario). L’Agenzia delle entrate è preoccupata perché la Convenzione – anche se con aliquote di imposta analoghe a quelle italiane, quindi non di favore – si presenti come una sanatoria. E questo, secondo il Fisco, rischia di avere un impatto mediatico negativo perché apparirebbe proprio come un condono, anche se molto oneroso. Infatti la Svizzera agirebbe da sostituto di imposta ma l’anonimato del contribuente sarebbe garantito non solo per i rapporti pregressi, quelli sanati dal prelievo una tantum, ma pure per il futuro. E comunque, notano i funzionari che rispondono ad Attilio Befera, non è bello trattare con un paradiso fiscale che sta ancora nella black list.

Tra le preoccupazioni dell’Agenzia delle entrate ce n’è anche una molto concreta: sul gettito c’è una grande incertezza, perché il fatto che Berna agisca come sostituto di imposta è comodo, tutti i costi burocratici sarebbero a carico degli svizzeri, ma il perdurare del segreto bancario comporta che l’Italia non è in grado di sapere se gli svizzeri dicono tutta la verità. Per questo l’Agenzia prevede due strumenti di tutela: il primo è un meccanismo aggiuntivo di salvaguardia di scambio di informazioni, nel caso gli ispettori del Fisco, durante un’indagine scoprano una transazione con la Svizzera. Tradotto: se gli ispettori o la magistratura italiana hanno fondate ragioni per sospettare che un italiano abbia un conto in Svizzera, Berna dovrebbe dimostrare che quel conto paga le tasse – tramite il governo elvetico – o sono guai. Insomma, gli strumenti per capire se la Svizzera non collabora ci sarebbero. La vera garanzia però è l’acconto, pagato subito da Berna, prima di raccogliere direttamente dai conti (e solo da quelli, le cassette di sicurezza sarebbero al riparo) le imposte previste dall’eventuale accordo. In attesa della gallina domani, l’uovo sarebbe certo. Ma piccolo: 1-2 miliardi su 150 depositati nei forzieri di Ginevra e Lugano.

Ci sono delle precauzioni ulteriori che l’Italia può adottare e su cui i tecnici del governo stanno ragionando, soprattutto per limitare lo spettro della sanatoria ed evitare che l’operazione diventi un gran regalo ai criminali: il prelievo una tantum non dovrebbe sanare i cosiddetti “reati mezzo” commessi per esportare i capitali, tipo appropriazione indebita e falso in bilancio. E dovrebbero essere perseguibili anche i “reati fine”, commessi utilizzando i soldi, tipo evasione, riciclaggio e corruzione. Il problema più serio è un altro: risalire ai beneficiari ultimi dei conti o degli strumenti di investimento è complesso, senza meccanismi che garantiscano di superare gli schermi giuridici si rischia che il gettito sia quasi zero, come è successo in questi anni in cui era in vigore una direttiva europea non troppo dissimile dagli accordi di Germania e Gran Bretagna. Ma qualunque scelta faccia il governo Monti deve fare in fretta o rischia di trovare i forzieri vuoti. Con i capitali emigrati nelle filiali asiatiche delle grandi banche svizzere.

May 2, 2012

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i capitali svizzeri nascosti

Mario Monti è pronto a trattare con la Svizzera per tassare i capitali nascosti dagli evasori italiani nei forzieri di Lugano e Ginevra: “Considereremo ex novo l’intera materia”, annuncia ieri sera in conferenza stampa. Come anticipato dal Fatto, il via libera della Commissione europea agli accordi bilaterali di Gran Bretaglia, Germania e Austria con Berna, ha cambiato tutto. Ora si può discuterne, anzi, si sta già trattando, Monti fissa la prima condizione: il rispetto dei trattati sulla tassazione dei lavoratori frontalieri che “il Canton Ticino ha sospeso unilateralmente”. Il negoziato comincia .

“Come Pd chiederemo al governo una stima sull’ammontare e la composizione dei capitali italiani in Svizzera, poi servirà con urgenza un accordo bilaterale e un vincolo chiaro per l’utilizzo del gettito ottenuto. Se arrivassero subito 3 miliardi, per esempio, si potrebbero destinare subito a credito di imposta per le imprese che assumono”, spiega Sandro Gozi, deputato del Pd che segue da tempo il dossier dell’accordo fiscale. Nel 2008 la Commissione europea aveva iniziato a ragionare su un accordo comunitario con la Svizzera, per tassare in loco i capitali sottratti al fisco, “ma per cambiare le regole in materia fiscale ci vuole l’unanimità e l’Italia si opponeva, formalmente Giulio Tremonti chiedeva un accordo più duro, ma in pratica ha bloccato i negoziati”, ricorda Gozi.

La Commissione aveva comunque fatto alcuni conti: la metà dei capitali depositati in Svizzera, 3.300 miliardi, sarebbe di origine straniera: 180 miliardi tedeschi, 120-150 italiani, 70 inglesi. A metà 2011 Gran Bretagna e Germania, vista la paralisi della normativa comunitaria e la necessità di fare cassa, stipulano un accordo bilaterale con la Svizzera. La Commissione all’inizio è scettica poi, dopo alcune modifiche, concede formalmente il via libera a metà aprile. Nel frattempo all’elenco si è aggiunta anche l’Austria.

Gli effetti si sentiranno dal 2013, quando entrano in vigore gli accordi. “Germania e Gran Bretagna hanno concordato che Berna paghi subito un acconto sulle somme che riscuoterà dalle banche, per l’Italia potrebbe essere oltre un miliardo di euro”, stima Gozi.

Da quando è caduto il veto di Bruxelles, evasori, consulenti, avvocati e banchieri stanno studiando la documentazione ufficiale per capire cosa li aspetta. Questi accordi si compongono di due parti: la prima è una sanatoria del passato, la seconda una tassa annuale sui redditi prodotti dalle attività detenute in Svizzera. Dal primo gennaio 2013, un tedesco o un inglese che hanno un conto a Lugano avranno tre scelte. La prima: chiudere il conto e trasferire i capitali in un altro paradiso fiscale (le autorità elvetiche faranno di tutto per scoraggiare questa opzione). Seconda scelta: il correntista dichiara per iscritto alla banca di voler uscire allo scoperto , la banca poi informa il governo svizzero che informa il Paese di appartenenza che poi si rifarà sul malcapitato correntista facendogli pagare sanzioni, penali e tasse non pagate per tutti gli anni passati (ovviamente questa ipotesi è concepita in modo così poco allettante da non spingere nessuno a sceglierla). Terza opzione, quella che tutte le parti interessate caldeggiano: il pagamento anonimo della tassa. La banca verifica la nazionalità del beneficiario delle attività che detiene (anche se si tratta di un trust o di altri tipi di schermi giuridici), poi preleva dal conto la penale prevista dalle formule contenute negli accordi bilaterali – tra il 21 e il 41 per cento per i tedeschi, tra il 19 e il 34 per gli inglesi, tra il 15 e il 38 per gli austriaci – e versa la somma al governo di Berna che, a sua volta, la passerà allo Stato interessato.

In teoria tutto questo sarebbe già previsto dalla direttiva 2003/48, in vigore dal 2005, ma non ha mai funzionato: la Svizzera si impegnava ad applicare una ritenuta del 35 per cento sui rendimenti maturati nei suoi confini da cittadini dell’Unione europea, poi versava il 75 per cento del gettito ai Paesi di competenza. Le somme raccolte sono state ridicole, perché era troppo facile aggirare i vincoli. Per questo sono arrivati gli accordi bilaterali. Dopo la sanatoria sul passato, un condono fiscale molto costoso (l’aliquota chiesta da Tremonti agli evasori che usavano lo scudo fiscale per rimpatriare denaro era solo del 5 per cento, qui sui grossi capitali si arriva al 40) in teoria non dovrebbero più esserci situazioni ambigue: chi non è uscito allo scoperto o non ha chiuso il conto fuggendo a Saint Lucia o alle isole del Canale sarà noto al governo e, di fatto, al Paese di provenienza che sa quale gettito aspettarsi. Nella fase due, dopo la “regolarizzazione”, al dentista o al piccolo imprenditore italiano che ha il conto a Lugano resteranno due alternative: o emerge allo scoperto o, se vuole mantenere l’anonimato, paga un’aliquota sui rendimenti ottenuti dalle attività che è abbastanza salata: 26,375 per i tedeschi, tra il 27 e il 48 per gli inglesi , 25 per gli austriaci. “Proteggere la privacy dei clienti delle banche è e rimarrà uno dei pilastri del settore finanziario svizzero. L’accordo rispetta questo impegno: solo i pagamenti delle tasse saranno trasmessi alle autorità fiscali, non i nomi dei clienti”, rassicura la documentazione del governo di Berna. Ma è chiaro che uno dei principali benefici della segretezza, cioè l’elusione fiscale, sarà caduto.

May 1, 2012

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Juncker lascia l’Eurogruppo

Lo si sapeva ormai da mesi: a luglio Jean-Claude Juncker lascerà la guida dell’Eurogruppo. Oggi, però, il lussemburghese ha fatto alcune dichiarazioni assai esplosive, che giustificano quella scelta, al di là della “stanchezza” ammessa a più riprese dal politico del Granducato e dei suoi problemi di salute. No, se Juncker sloggia, come ha sottolineato al settimanale tedesco Spiegel, è soprattutto perché è “stanco delle ingerenze franco-tedesche”. Non solo: specificando il suo pensiero, il discorso ha preso una piega nettamente anti-Sarkozy. Quasi che Juncker volesse dare un aiutino a François Hollande, il candidato socialista alle presidenziali francesi, a pochi giorni dal ballottaggio.

Juncker lascia dopo mesi di difficili trattative con i Paesi dell’Eurogruppo, composto dai ministri dell’Economia e delle Finanze degli Stati che hanno aderito all’euro, intorno al discusso asse Merkozy, nell’ambito delle politiche contro la crisi del debito. E, in effetti, Juncker è ritornato sul “prodotto” più importante di quell’alleanza tra Berlino e Parigi, il fiscal compact, l’accordo europeo sul pareggio di bilancio, da raggiungere in tempi strettissimi. E ha ribadito come debba essere integrato da misure per la crescita: da “risposte risolutive concrete contro la crisi”.

Insomma, sembra di sentir parlare Hollande, che durante tutta la campagna non ha fatto altro che ripetere lo stesso ritornello: se sarò eletto, rinegozierò il fiscal compact in un’ottica meno rigorista e con più attenzione alla crescita. Quanto a Juncker, allo Spiegel ha voluto specificare che l’esigenza su cui insiste Hollande “è vera, anche se non nuova”. Ha pure toccato l’altro argomento scottante, gli eurobond, così tanto osteggiati da Angela Merkel. E che Sarkozy non è riuscito mai a farle digerire. Ebbene, secondo Juncker (e anche in questo caso sembra di ascoltare Hollande) la loro introduzione “è solo una questione di tempo”, anche se devono essere inquadrati “in un contesto di regole molto rigide”. Per il lussemburghese sono la logica conseguenza di una maggiore integrazione europea. La condivisione di un problema (il debito) fra tutti gli Stati.

E in un certo senso è proprio quest’ottica europeista stile anni Novanta, totalmente comunitaria ad animare Juncker, che, premier del suo Paese (con competenza anche per l’Economia) dal lontano 1995, è presidente dell’Eurogruppo già dal 2005. Puro prodotto della tradizione cristiano-sociale del Lussemburgo, Juncker fu negli anni Novanta uno dei principali e più convinti sostenitori del trattato di Maastricht. E uno degli artefici diretti in particolare della parte riguardante l’Unione economica e monetaria. Chi lo sostituirà alla guida dell’Eurogruppo? Lui un’idea ce l’ha: Wolfang Schaeuble, il ministro tedesco delle Finanze. “Ha requisiti eccezionali per un ruolo che richiede una grande capacità di ascoltare gli altri” ha detto Juncker. Un tedesco e non un francese. Lo abbiamo capito: Juncker ha il dente avvelenato più con Parigi che con Berlino.

April 29, 2012

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Parafarmacie e i farmaci di fascia C

Sarà la Corte di Giustizia Europea a pronunciarsi sulla norma che vieta alle parafarmacie italiane di vendere farmaci di fascia C, quelli con obbligo di ricetta medica ma interamente a carico del cittadino. Il Tar della Lombardia, con un’ordinanza dello scorso 22 marzo, ha infatti deciso di rinviare alla Corte di Giustizia Europea la norma che vieta alle parafarmacie di vendere questa tipologia di medicinali (tra questi ci sono ad esempio antidepressivi, pillole anticoncezionali, farmaci per disfunzioni erettili). Per il Tar questa norma sarebbe infatti in contrasto con la legislazione comunitaria.

L’esito del ricorso, che era stato proposto dalla titolare di una parafarmacia di Saronno (Va) contro l’Asl di Varese, il ministero della Salute, l’Aifa, il comune di Saronno e la Regione Lombardia, riapre la partita sull’estensione delle competenze delle 3800 parafarmacie italiane: “Il Tar ha ritenuto fondate le discriminazioni operate nei confronti dei farmacisti di parafarmacie e dei relativi esercizi e ha rimesso la questione alla Corte di giustizia europea – spiega il Coordinamento nazionale delle parafarmacie presieduto da Giuseppe Scioscia -. L’ordinanza è motivo di soddisfazione per i farmacisti titolari di parafarmacia che purtroppo non hanno visto riconosciuti, se non in parte minima e insufficiente i loro diritti nemmeno nel recente decreto liberalizzazioni”. Infatti il decreto liberalizzazioni non ha sciolto il nodo dell’interdizione alla vendita dei farmaci di fascia C al di fuori delle farmacie, limitandosi a rinviare ad un secondo momento l’approvazione di un provvedimento che prevedesse una lista di medicinali da ammettere alla vendita anche nelle parafarmacie.

Nel provvedimento del Tar si sostiene che non vi sarebbero motivazioni per impedire la vendita di questi farmaci, sottolineando come la disciplina italiana sembri essere in contrasto con la normativa europea “in quanto idonea a rendere di fatto impossibile lo stabilimento di un farmacista in Italia che voglia accedere al mercato dei farmaci di fascia C, oltre che rendere più difficile lo svolgimento di tale attività economica nel mercato nazionale”. Secondo il Tribunale amministrativo lombardo “non sembrano esserci motivi che possano giustificare una tale restrizione all’esercizio di una libertà economica, né vi è alcuna motivazione legata all’obiettivo di ripartire in modo equilibrato le farmacie nel territorio nazionale, né di aumentare la sicurezza e qualità dell’approvvigionamento della popolazione di medicinali, di un eccesso di consumo o di ammontare di risorse pubbliche assorbite”. “Vediamo ora come si pronuncerà la Corte europea – ha commentato Giuseppe Scioscia – noi comunque continueremo a lottare perché sia autorizzata la vendita dei farmaci di fascia C nelle parafarmacie”.

Le parafarmacie vedono nella notizia di questi giorni un segnale positivo, ma i tempi per il pronunciamento della Corte di giustizia europea non sono immediati: “A volte possono passare anche due anni – spiega Cristoforo Osti, avvocato dello studio legale internazionale Clifford Chance, esperto di antitrust e diritto europeo – dopodiché la questione tornerà al giudice italiano (in questo caso al Tar della Lombardia, nda), che dovrà emettere una sentenza sulla base di quanto espresso dalla Corte di giustizia europea”. Dunque, non solo si dovranno attendere i tempi della rigorosa giustizia dell’Unione, ma anche quelli dell’intero iter di quella italiana, con i suoi diversi gradi di giudizio.

In quanto al pronunciamento della Corte di giustizia dell’Ue, va sottolineato come questa non entri nel merito, ma si esprima solo su questioni di diritto: “È un giudizio su una questione di interpretazione – spiega Cristoforo Osti – il giudice non risolve il caso, fornirà dei principi interpretativi, vale a dire che stabilirà se la norma italiana è o non è in contrasto con la disciplina dell’Unione”.

Traducendo in pratica, l’organo che vigila sull’applicazione del diritto nei paesi membri potrebbe esprimersi contro la legge italiana se dovesse stabilire che, ad esempio, questa impedisca a un qualsiasi parafarmacista di un paese dell’Unione di impiantare la propria attività in Italia, perché la legge nazionale rende l’iniziativa imprenditoriale antieconomica. Ma sarà comunque il giudice nazionale a dover entrare nel merito della faccenda, intervenendo sulla controversia.

Nonostante tempi lunghi e le incertezze di una procedura complessa, per le parafarmacie il rinvio alla Corte di giustizia europea rappresenta comunque una speranza. Lo spauracchio di una procedura di infrazione, seppur ancora lontana nel tempo, potrebbe infatti bastare per innescare nel governo Monti, che ha dimostrato di essere decisamente sensibile alle pressioni dell’Unione, una revisione della norma finita sotto la lente dell’Ue.

April 28, 2012

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aumento tariffe luce

A maggio la bolletta della luce da maggio aumenterà del 4,3%, con un aggravio di spesa di 21,44 euro su base annua e sale ad oltre 2.200 euro la stangata con cui le famiglie italiane dovranno fare i conti nel 2012. Dopo l’adeguamento delle tariffe della luce deciso dall’Autorità dell’Energia, Adusbef e Federconsumatori hanno rifatto i conti e hanno calcolato che tra i rialzi di benzina, tariffe energetiche, alimentari, Iva, servizi bancari, trasporto pubblico locale, e con l’introduzione dell’Imu, il risultato sarà “drammatico”, con aumenti che arriveranno nel corso dell’anno a 2.201 euro l’anno.

L’Autorità per l’energia ha approvato l’adeguamento della componente tariffaria a copertura dei costi per gli incentivi diretti alle fonti rinnovabili ed assimilate (la cosiddetta componente A3). Per la famiglia tipo in maggior tutela, le condizioni economiche di fornitura dell’energia elettrica per il periodo 1° maggio-30 giugno 2012 aumentano dunque del 4,3%, con una maggiore spesa di ulteriori 21,44 euro su base annua. L’adeguamento conferma sostanzialmente le stime dello scorso 30 marzo (+4% circa), quando l’Autorità aveva approvato l’aggiornamento del secondo trimestre 2012 per le sole componenti legate alla materia prima, alle tariffe di rete e agli oneri di dispacciamento (+5,8%), annunciando che a fine aprile si sarebbe reso necessario un ulteriore incremento a copertura della componente A3 per salvaguardare i diritti acquisiti agli incentivi alle rinnovabili.

“L’obiettivo di allora – afferma in una nota il presidente dell’Autorità Guido Bortoni – era di richiamare l’attenzione dei decisori pubblici sulla necessità di rivedere alcuni parametri dei meccanismi di incentivazione, in quanto alcuni indicatori della politica energetica erano quasi raggiunti. Da quel momento, – aggiunge – il decisore pubblico ha avviato un processo per una rinnovata programmazione degli incentivi, in un percorso di coerenza generale per contemperare la sostenibilità delle bollette con i legittimi interessi dei soggetti attivi nella green economy. Per l’Autorità ciò significa una white-green economy, come abbiamo detto in una recente audizione al Senato, cioè sviluppo di tutte le fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica”. L’Autorità ha anche approvato l’aggiornamento del prezzo del gpl distribuito attraverso reti urbane con una diminuzione del 7,9% per il mese di maggio rispetto ad aprile.

Per quanto riguarda gli altri rincari le associazioni dei consumatori ritengono si tratti di “aumenti insostenibili che determineranno pesantissime ricadute sullo stile di vita delle famiglie e sull’intera economia, che dovrà continuare a fare i conti con una profonda e prolungata crisi dei consumi”. “E’ ora di puntare sul rilancio: – proseguono i presidenti Elio Lannutti e Rosario Trefiletti – ripresa della domanda di mercato, liberalizzazioni e investimenti per l’innovazione e lo sviluppo tecnologico. Queste dovranno essere le linee guida del Governo”. Ecco una tabella con i calcoli degli aumenti voce per voce.

Tra gli aumenti più significativi l’Imu sulla prima casa per 405 euro, rincari alimentari per 392 euro, 252 euro per i carburanti (accise comprese) e195 euro per il riscaldamento.

April 27, 2012

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fusione Unipol-Premafin

Nuova grana per l’imprenditore Salvatore Ligresti. L’Antitrust ha deciso di avviare l’istruttoria sul progetto di integrazione tra Unipol gruppo finanziario e il Gruppo Premafin, di cui Ligresti è presidente onorario e la figlia Giulia Maria presidente e amministratore delegato, sospendendo contemporaneamente l’operazione che si progetta da mesi.  A comunicare la decisione è lo stesso organo di vigilanza della concorrenza e del mercato. L’istruttoria dovrà concludersi entro quarantacinque giorni, fatto salvo il termine previsto per il rilascio del parere dell’Isvap, l’organo di vigilanza del settore assicurativo.

La sospensione, basata sull’articolo 17 della legge istitutiva dell’Antitrust, già applicato altre volte dalla stessa Autorità, è stata adottata al fine di evitare che i prossimi passaggi dell’operazione possano comportare effetti difficilmente reversibili sul capitale delle società coinvolte, non solo rispetto ad un eventuale divieto, ma anche con riferimento ad una eventuale autorizzazione con misure. Per l’Antitrust ugualmente si potrebbero determinare effetti difficilmente reversibili sui mercati rilevanti, suscettibili di alterare i rapporti concorrenziali tra gli operatori interessati, il gruppo Ugf, il Gruppo Premafin, nonchè l’integrità e l’autonomia delle società dei gruppi Unipol e Premafin. Per l’Antitrust la concentrazione tra il gruppo Unipol e il gruppo Premafin è suscettibile di determinare la creazione o il rafforzamento di una posizione dominante su diversi mercati relativi al settore assicurativo, sia della fase produttiva, in particolare per quel che concerne il ramo della Rc Auto, che della fase distributiva in 93 province, tale da eliminare o ridurre in modo sostanziale e durevole la concorrenza. Secondo l’Autorità l’operazione andrà esaminata anche alla luce dei legami (finanziari, azionari e personali) che si verranno a determinare tra Mediobanca ed il gruppo UGF/Premafin, da un lato e, dall’altro, dei legami che Mediobanca ha con Generali: occorre infatti valutare gli effetti della concentrazione anche in termini di rischio di disincentivo a competere da parte del gruppo Generali rispetto all’entità post concentrazione. Per questo l’Antitrust ha deciso di includere nel procedimento sia Mediobanca che Generali. 

La scorsa settimana i finanzieri del Nucleo di Polizia Tributaria di Milano hanno sequestrato, su ordine del gip e su richiesta della Procura di Milano, una quota pari al 20% delle azioni della Premafin Finanziaria Spa. I pm indagano su un’ipotesi di manipolazione del mercato: il valore del titolo sarebbe stato alterato tramite le partecipazioni detenute da enti controllati da trust di diritto estero, in modo da provocare un rigonfiamento del prezzo delle azioni. In sostanza i due fondi avrebbero acquistato quote Premafin per sostenere il titolo in Borsa. E per questo l’imprenditore siciliano è indagato. 

 

 

Fondazioni bancarie esenti dall’Imu

April 23, 2012

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Fondazioni bancarie esenti dall’Imu

La notizia ha subito fatto scalpore, con tutto il suo carico di perplessità e sospetti per l’ennesimo “regalo della politica alla politica”. Le fondazioni bancarie, 50 miliardi di patrimonio, la metà del quale investito negli istituti di credito del Paese, sono per il governo organizzazioni No profit e, come tali, non sono tenute a pagare l’Imu. Tradotto, l’imposta sugli immobili che coinvolge cittadini e imprese non alleggerirà di un centesimo le casse di Fondazione Cariplo, Cassa di Risparmio di Torino, CariVerona, Compagnia di San Paolo, Fondazione Monte dei Paschi e tutti gli altri membri del club degli 88 enti creati all’inizio degli anni ’90 da una delle più discusse leggi di riforma del nostro sistema finanziario.

La polemica, che segue la lunga querelle sul trattamento fiscale dei beni immobili del Vaticano, potrebbe quasi esaurirsi qui. Se non fosse che l’assist concesso dal governo alle fondazioni ha saputo riaccendere un dibattito mai sopito: quello dell’ingerenza politica sul sistema bancario italiano. Circa un mese fa, sulle frequenze di Radio Radicale, il numero uno di Fondazione Cariplo e di Acri, l’associazione che raggruppa le fondazioni bancarie, Giuseppe Guzzetti, e il docente dell’Università di Chicago Luigi Zingales non se le sono mandate a dire. Punto del contendere, manco a dirlo, il recente attacco di Zingales al sistema delle fondazioni definito sulle colonne de Il Sole 24 ore, in un articolo firmato insieme all’economista della Bocconi Roberto Perotti, la “causa fondamentale di quell’intreccio perverso fra economia e politica, di quella cultura dell’incompetenza e del clientelismo, che imperversano nel nostro Paese”. Un’idea ovviamente non condivisa da Guzzetti, colui che da 12 anni occupa la poltrona più alta dall’organizzazione di categoria.

La contesa risale all’inizio degli anni ’90 quando la legge Amato dà vita alle fondazioni scorporando di fatto le attività delle banche. All’epoca, si trattava di trasformare un sistema essenzialmente di diritto pubblico in un settore privato e quotato in Borsa sul modello degli altri Paesi europei. Ma in fondo, dicono i critici, c’era anche la necessità di mantenere intatto il sistema delle influenze politiche e partitiche. Un sistema che avrebbe potuto sopravvivere proprio attraverso le fondazioni che, come noto, formano i propri consigli direttivi attraverso le nomine pubbliche dei governi locali (comuni, provincie, regioni) e che forti della propria partecipazione azionaria hanno, come a quel punto è logico che sia, voce in capitolo sulle scelte strategiche delle banche. Proprio questa capacità di controllo ha indotto la Corte di Cassazione a stabilire nel 2009 che le fondazioni saranno pure obbligate a reinvestire gli utili in attività di rilevanza sociale, ma non per questo sono assimilabili al No profit vero con i suoi particolari privilegi fiscali. Un’interpretazione che evidentemente non ha convinto l’esecutivo.

Ad oggi, si diceva, le fondazioni investono circa metà del patrimonio nelle quote delle banche italiane. Unicredit è partecipata al 3,5 per cento dalla Fondazione Cassa di Risparmio Verona, Vicenza, Belluno e Ancona (CariVerona) e al 3,3 dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Torino (Crt). Azionisti di Intesa sono nell’ordine la Compagnia di San Paolo (9,7 per cento), la Fondazione Cariplo (4,9 per cento), la Fondazione C. R. di Padova e Rovigo (4,8 per cento), l’Ente Cassa di Risparmio di Firenze (3,3 per cento) e la Fondazione C.R. di Bologna (2 per cento). Fondazione Mps controlla circa il 37 per cento delle quote del Monte dei Paschi di Siena, la più longeva banca del mondo. Sono solo alcuni esempi di un intreccio implicito tra finanza e politica che continua a suscitare un certo malumore. Non è un mistero che la recente nomina di Alessandro Profumo al vertice dell’istituto senese e il rinnovo del suo Cda abbiano rappresentato un terreno di scontro tra le diverse anime del Pd locale. Non è un mistero che i piani, poi abbandonati, di una scalata al Banco Popolare da parte di CariVerona avessero ricevuto il forte sostegno del sindaco scaligero della Lega Nord Flavio Tosi.

La priorità odierna, tuttavia, più che politica appare essenzialmente patrimoniale. Già nel 2010 i proventi delle fondazioni risultavano lievemente inferiori ai 2 miliardi di euro, il 21,2 per cento in meno rispetto all’anno precedente. Nel corso del 2011, inoltre, i dividendi ricevuti dalle sei maggiori fondazioni (Mps, Cariplo, C. di San Paolo, CariPadova, CRT e CariVerona) per la loro partecipazione azionaria principale, sono stati pari a 333 milioni di euro contro gli 1,45 miliardi del 2008. Come a dire che, complice la crisi, un mercato ribassato e una serie di performance borsistiche da far paura, gli introiti azionari si sono ridotti di oltre 1 miliardo nello spazio di tre anni, con Fondazione Monte dei Paschi a farne le spese più di tutti (meno 275 milioni). Oggi l’ente senese è impegnato in una progressiva dismissione della propria partecipazione azionaria con l’obiettivo di risanare i conti su cui pesa una montagna di debiti da 870 milioni di euro.

April 21, 2012

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G20, Draghi promuove l’Italia

”Il G20 apprezza gli sforzi fatti da Italia e Spagna”. Lo ha detto questa sera il presidente della Bce, Mario Draghi. La soddisfazione del presidente della Bce arrivano dopo l’annuncio dello sblocco di 400 miliardi di euro per combattere la crisi. “Il risultato del vertice è soddisfacente”. Conferma il viceministro dell’Economia Vittorio Grilli al termine della riunione del G20. “Questa è la realizzazione dell’impegno che Lagarde (il direttore del Fondo monetario internazionale) aveva con forza esplicitato negli ultimi mesi”. Commentando la cifra complessivamente raccolta dai Paesi membri del G20 in favore del Fmi Grilli ha quindi precisato che “357 mld di dollari sono le risorse provenienti da Paesi che hanno già definito la loro quota di partecipazione”. Oltre a questi “ci sono Paesi che hanno promesso contributi che poi definiranno in occasione del G20 dei Capi di Stato e governo di Los Cabos (Messico)”. Anche la Cina e gli altri Paesi Brics, a detta del viceministro, si sono impegnati sul fronte finanziario, “senza tuttavia dare ancora una definizione esatta del loro impegno”.

Draghi ha poi espresso soddisfazione per la risposta alla crisi che sta arrivando dai singoli Paesi europei, a partire da Italia e Spagna. “Entrambi – a margine del vertice G20 – stanno facendo progressi rispetto alla situazione dello scorso novembre, sia sul fronte del consolidamento delle finanze pubbliche sia su quello delle riforme. Progressi – aggiunto – che sono notevoli”. “Se paragoniamo la situazione di oggi con quella di cinque, sei mesi fa – ha aggiunto Draghi – si vede chiaramente che è decisamente migliorata”.

Anche il commissario Ue agli affari economici Olli Rehn promuove l’operato del governo Monti. ‘”Le importanti riforme varatein Italia aiutano a perseguire un aumento della crescita potenziale del Paese”.

April 20, 2012

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il pareggio di bilancio

I livelli di incostanza intellettuale e bieco trasformismo dimostrati dalla nostra pessima classe  politica sfiorano talvolta livelli da vera e propria patologia mentale. Come spiegare, altrimenti, il fatto che Pierluigi Bersani, il quale poco più di otto mesi fa dichiarava che introdurre il pareggio di bilancio in Costituzione sarebbe stato equivalente a castrarsi, privandosi di ogni strumento di politica economica, abbia invece deciso di votare tale norma?  E con lui, ahinoi, praticamente tutti i partiti  presenti in Parlamento con l’unica eccezione, ancora una volta, dell’Italia dei Valori? Ansia di autoevirazione per timore di provocare chissà quali disastri con un membro virile fuori controllo? Effetti assolutamente irresistibili dei mantra costantemente salmodiati con voce metallica e aspetto lugubre dal gran sacerdote del capitale finanziario Monti: “altrimenti faremo la fine della Grecia” e “ce lo chiede l’Europa”? Un caso di ipnosi collettiva? O, più semplicemente, inadeguatezza scientifica, intellettuale e morale di un gruppo di politicanti attenti solo alle fortune della casta e alle proprie possibilità di sopravvivenza finanziaria ed organizzativa?

Si sarebbe tentati di dare per buona quest’ultima risposta, vista anche la davvero scarsa partecipazione al dibattito in materia. Inutile quindi, ripetere ad orecchie sorde od occluse da appositi otturatori acustici che cinque premi Nobel per l’economia hanno dichiarato che l’introduzione di una simile norma in Costituzione è cosa assolutamente insensata, che di suicidio (termine oramai ricorrente e non solo metaforicamente purtroppo nelle cronache della crisi) dell’Europa abbia parlato, a proposito di scelte di questo tipo,  il premio Nobel per l’economia Paul Krugman, che il prestigioso banchiere giapponese Richard Koo invochi sul supplemento economico di Repubblica di lunedì scorso  il deficit spending ricordando che “in Giappone il governo intervenne attraverso nuova spesa pubblica nel periodo post bolla per non fare crollare il Pil e non far salire la disoccupazione oltre il 5,5%”, che il candidato favorito alla presidenza della Repubblica francese François Hollande abbia a sua volta dichiarato la sua contrarietà al fiscal compact.

Tutto inutile. Come un branco di pecore impazzite i mediocri politicanti di questo disgraziato Paese si apprestano a buttarsi dalla rupe. Fin qui nulla di male. Il problema è che loro atterreranno sul morbido e stanno già predisponendo idonei paracadute sotto forma di una riforma fasulla del finanziamento pubblico dei partiti che non ne intacca privilegi e prebende. Tanto a governare oramai ci pensano i banchieri Passera e Monti con il loro codazzo di tecnici veri e presunti.

Quello che deve preoccuparci è che chi si farà del male e già se lo sta facendo è il popolo italiano.

Le forme giuridiche racchiudono contenuti politici e sociali precisi. Come non condividere a tale riguardo, il giudizio espresso dal grande costituzionalista Gianni Ferrara, il quale sul manifesto del 18 aprile ha affermato quanto segue:

“Con tale approvazione la nostra Costituzione non è più nostra. È stata trasformata in strumento giuridico funzionale ad un feticcio, quello neoliberista, che la tecnocrazia finanziaria europea interpreterà volta a volta dettando le misure che dispiegheranno la mistica del feticcio”.

Che fare, di fronte a questo disastro? Dal punto di vista delle contromisure giuridiche è degna di nota la proposta che lo stesso Ferrara ha formulato di raccogliere le firme su di un progetto di revisione costituzionale il quale preveda che “nei bilanci di previsione dello stato, delle regioni, dei comuni, il cinquanta per cento della spesa risulti complessivamente destinato a garantire direttamente o anche indirettamente i diritti: alla salute, all’istruzione, alla formazione e all’elevazione professionale delle lavoratrici e dei lavoratori, alla retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro, all’assistenza sociale, alla previdenza, all’esistenza dignitosa ai lavoratori e delle loro famiglie”.

Il cinquanta per cento è, sia detto per inciso, davvero il minimo. Oggi peraltro sono di molto inferiori le somme destinate a soddisfare tali esigenze, essenziali anche per dare basi solide allo Stato, all’economia  e alla collettività,  e ben maggiori quelle spese per armamenti, per interessi sul debito o per saziare in parte gli smodati appetiti delle varie caste.

Tutto questo ovviamente non ci sarà regalato da nessuno e tantomeno da questa politica fatta da persone che hanno perso ogni senso comune e ogni ragionevolezza. Il popolo italiano reclami con forza e determinazione  la realizzazione dei suoi diritti  o soccomberemo alla dittatura della finanza!

titoli di Stato nei portafogli delle banche

April 19, 2012

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titoli di Stato nei portafogli delle banche

Le banche di Francia e Germania hanno ridotto drasticamente la propria esposizione sui debiti dei Paesi a rischio. Esattamente il contrario di quanto accaduto alle banche delle periferie europee. Un fenomeno che sposta implicitamente i costi della crisi dal sistema privato alla Bce. Ovvero dalle banche più forti ai contribuenti europei. L’ultimo allarme lo ha lanciato implicitamente Bloomberg, analizzando i dati resi noti dalla banche centrali dei singoli Paesi di Eurolandia. Nel corso degli ultimi due anni, la distribuzione dei titoli di Stato dei Paesi a rischio ha subito una variazione senza precedenti evidenziando una clamorosa frattura tra le economie più forti e più deboli del Continente grazie anche, se non soprattutto, al programma di finanziamento della Bce. Un piano che evidentemente non sta dando gli effetti sperati e che anzi, a questo punto, potrebbe aver addirittura esasperato le disuguaglianze nella distribuzione del rischio aggravando ancora di più la situazione delle periferie continentali. In estrema sintesi: mentre Francia e Germania proseguono nella riduzione delle proprie esposizioni verso le aree di crisi, Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna e ovviamente Italia, potrebbero aver diffuso un nuovo potenziale contagio al loro stesso sistema bancario. Intrappolando in una strada senza uscita la stessa Bce.

Può sembrare complicato, ma in realtà è più semplice di quanto non appaia. Partiamo dalle cifre. Dal 2010 ad oggi, sostiene Bloomberg, le banche tedesche e francesi hanno ridotto la presenza nei loro portafogli di titoli di Stato italiani, spagnoli, greci e irlandesi anche del 50%. In pratica, insomma, hanno deciso di smettere di finanziare i debiti delle periferie europee giudicandole troppo rischiose. Questa scelta ha ridotto l’impatto di eventuali default tecnici chiamando in causa la Bce, che da un paio di anni a questa parte si è assunta l’onere di finanziare questi stessi Paesi acquistando le loro emissioni (una strategia che ha anche lo scopo di frenarne la crescita dei rendimenti e quindi dei costi di finanziamento). Fin qui niente di nuovo. Eppure c’è un aspetto che in pochi sembrano aver considerato.

Nel corso degli ultimi mesi, alla fuga degli investitori di “Serie A”, si è accompagnata la spasmodica corsa ai bond da parte delle banche delle nazioni di “Serie B”: quelle degli stessi Paesi periferici. Di nuovo le cifre: dei 1.019 miliardi di euro prestati dalla Bce alle banche continentali nello spazio di tre mesi, 715 sono finiti nelle casse degli istituti di Grecia, Portogallo, Irlanda, Italia e Spagna. In pratica, oltre il 70% della liquidità low cost messa in circolo dalla Bce (ad un tasso dell’1%) è finita in mano alle banche di periferia. Tra dicembre e febbraio, i bond nazionali irlandesi in mano alle banche di Dublino sono aumentati del 21%, quelli portoghesi nelle casse degli istituti lusitani sono cresciuti del 15%. I titoli di Stato di casa propria in mano alle banche spagnole sono cresciuti del 26% tra dicembre e gennaio raggiungendo una cifra complessiva di 220 miliardi di euro contro i 267 miliardi di titoli nazionali in mano alle banche italiane (+31% da dicembre a febbraio). Nel secondo e terzo trimestre del 2011 le banche tedesche hanno ceduto il 13% dei titoli italiani in loro possesso, gli istituti francesi ne hanno venduto il 25%.

Il sistema, come sappiamo, sembrava funzionare, ma oggi è entrato in crisi: gli acquisti rallentano e i timori sul fronte debito pubblico/recessione fanno aumentare i rendimenti dei titoli svalutandoli nel prezzo di mercato. Un evento che produce almeno un paio di conseguenze. La prima potremmo definirla come “contagio interno”. Investendo i soldi della Bce nei titoli di Stato, le banche periferiche hanno legato ancora di più i propri destini a quelli dei conti pubblici dei loro governi. Se i governi dovessero fronteggiare un default tecnico, i piani finirebbero necessariamente per coinvolgere anche i loro sistemi bancari. Il secondo effetto è costituito dal coinvolgimento forzato della Bce. Se le banche private dei Paesi più forti si rifiutano di concedere credito, ecco che il compito di sostenere le finanze nazionali delle periferie passa necessariamente nelle mani di Eurotower. In altre parole, il rischio legato alla crisi europea passa implicitamente dalle banche di Berlino e Parigi alle tasche dei contribuenti continentali (cittadini francesi e tedeschi compresi).

Gira e rigira, insomma, la Bce si trova ora in trappola. Di fronte alla sfiducia dei grandi istituti dell’Europa a tripla A (o quasi, nel caso della Francia), la banca si troverà costretta a intervenire nuovamente. O riprendendo ad acquistare titoli sul mercato secondario, oppure, come suggeriscono alcuni rumors circolati di recente, avviando una nuova iniezione di liquidità alle banche stesse con prestiti a scadenza differita (non più a tre ma magari a cinque anni). Ammesso, è ovvio, che non si trovi costretta a perseguire entrambe le strategie.

Pressione fiscale al 45,1%

April 18, 2012

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Pressione fiscale al 45,1%

La pressione fiscale vola e tocca un nuovo record assoluto: quest’anno il peso del fisco si attesterà al 45,1 per cento, salendo dal 42,5 per cento del 2011. Il livello di tassazione, questi i dati previsti nella bozza del documento di economia e finanza (Def) in esame domani al Consiglio dei ministri, salirà poi al 45,4 per cento nel 2013, per poi attestarsi al 45,3 per cento nel 2014 e al 44,9 per cento nel 2015.

Nella bozza si prevede che l’Italia raggiungerà un livello di zero deficit “reale” (non corretto per il ciclo) solo nel 2015 mentre l’indebitamento netto, previsto a -0,5 per cento nel 2013, scenderà a -0,1% nel 2014 e toccherà lo zero solo nel 2015. Il tasso di disoccupazione in Italia scenderà sotto il 9 per cento solo nel 2014, dopo esser salito al 9,3 per cento nell’anno in corso ed al 9,2 per cento nel 2013. L’anno successivo, prosegue il Def, scenderà all’8,9 per cento per poi calare all’8,6 per cento nel 2015. I consumi delle famiglie segneranno una flessione dell’1,7 per cento nell’anno in corso, prima di risalire al +0,2 per cento nel 2013 ed al +0,5 per cento nel 2014. L’aumento dei tassi di interesse costerà 6,3 miliardi di interessi in più nel 2012 rispetto all’anno precedente, attestandosi a 79,9 miliardi.

La notizia di un aumento delle imposte arriva in un momento difficile per la nostra economia. Bankitalia ha presentato il bollettino economico, dove permangono i segni di sofferenza per il nostro paese. Anche se nei primi mesi di quest’anno sembra profilarsi una qualche attenuazione del peggioramento delle condizioni economiche, le prospettive future sono offuscate da un elevato grado di incertezza e da forti rischi. Oltre tutto il paese si trova di fronte a un nuovo ulteriore aumento della disoccupazione e ad un calo dei redditi e della spesa da parte delle famiglie. Ma sotto il profilo dei conti, il bilancio dello stato sembra tenere, anche a dispetto del rallentamento del Pil.

Bisognerà capire come il governo reperirà le nuove risorse; è notizia di oggi che l’Irpef non subisce modifiche, rimane l’Irap, mentre è saltata l’ipotesi di far confluire i proventi della lotta all’evasione in un fondo da destinare a futuri sgravi fiscali, così come ipotizzato in alcune bozze circolate nelle ore precedenti l’approvazione del provvedimento.

L’aumento della tassazione è strettamente collegato al principio pareggio di bilancio, inserito nella Carta costituzionale quest’oggi. Già nel Def 2011, dell’allora ministro all’Economia Giulio Monti, si parlava di “correzioni fiscali aggiuntive, mirate a realizzare il pareggio di bilancio delle pubbliche amministrazioni nel 2013. Questo deve avvenire attraverso una manovra fiscale pari a 2,3 punti percentuali rispetto al Pil, nel periodo 2013-2014″.

L’Italia, secondo il Fondo Monetario Internazionale, non riuscirà a raggiungere il difficile obiettivo fino al 2017. Il deficit-Pil italiano passerà infatti dal 2,4 per cento del 2012 all’1,1 per cento nel 2017, per attestarsi all’1,5 per cento nel 2013, all’1,6 per cento nel 2014, all’1,5 nel 2015 e all’1,3 nel 2016. L’avanzo primario passerà dal 3 per cento del 2012 al 5,1 del 2017.

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